"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE"

"Veglie a Porcignano" di Reginaldo Cianferoni, premio Pozzale per la narrativa 1986, illustrato da Mino Maccari.

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Last update 28/08/02

Complementi a Veglie a Porcignano

 

16 . NOBILI CHIANTIGIANI

 

I nobili chiantigiani sono, tra nobiltà grande e piccola, ancor oggi molto numerosi e le loro origini aristocratiche variano nel tempo; ne abbiamo scelti alcuni che ci sono parsi particolarmente rappresentativi e di essi parleremo nelle pagine seguenti. Ma, poichè la nobiltà chiantigiana è stata l'elemento determinante nel dare al Chianti il suo volto attuale e poichè al Chianti si volge particolarmente il nostro interesse, abbiamo ritenuto di tracciarne una brevissima storia, rimandando ai testi specifici (1) coloro che ad essa fossero maggiormente interessati.

   I più antichi proprietari del Chianti furono le grandi famiglie di investitura feudale, alcune arrivate - pur con alterne fortune - fino ai nostri giorni, come i conti Guidi e i baroni Firidolfi Ricasoli; altre scomparse, come i Buondelmonti e gli Adimari (2).

   Le continue lotte che queste famiglie ingaggiarono per prendere e man- tenere il potere disseminarono il Chianti di castelli che, rappresentando i segnali di limite sul territorio dell'una o dell'altra proprietà, ne furono anche i punti di scontro più cruenti, benché neppure i borghi o i casolari isolati venissero risparmiati dai continui attacchi e dalle scorrerie. Essere proprietari di terre significò per i primi nobili chiantigiani essere proprietari di anime e il possesso del suolo agrario in quanto tale, cioè in quanto produttore di beni indispensabili alla vita, fu subordinato al possesso totale.  Per questi motivi le proprietà feudali mancarono, dal punto di vista agricolo, di organicità e si riferirono principalmente a zone di egemonia che erano in continuazione acquistate, difese e perdute con lotte che coinvolgevano alleanze e diramazioni parentali.

   Neppure il placarsi dei conflitti tra feudatari, già manifesto fin dal 1100 per lo spostamento del potere economico e politico verso le città, portò giovamento al Chianti e anzi, per altri due secoli, i conflitti armati assunsero dimensioni ancora maggiori. Questo territorio ebbe infatti il pregio e il difetto insieme di trovarsi compreso tra Firenze e Siena, oggetto di una lunga questione sanguinosa non solo tra i due comuni, ma tra ogni alleato che questi si scelsero per sopraffarsi a vicenda; per non parlare degli eccessi della partigianeria dei guelfi e dei ghibellini che non contentandosi della vittoria, cercarono spesso di cancellare ogni traccia fisica dell'odiato rivale (3).

   Molti castelli andarono distrutti in questi secoli: rifioriranno poi in ville a partire dal '400 (4) quando, al termine di significativi e pregnanti avvenimenti, il Rinascimento fiorentino aprì anche al suolo agrario una nuova forma di vita che sarebbe rimasta pressoché intatta per oltre quattro secoli.

   Gli ex servi della gleba, i piccolissimi proprietari che avevano alienato il proprio fondo in favore delle Abazie alla ricerca di protezione, gli abitanti dei borghi che stavano aprendo le proprie mura, i nati eccedenti di un'esplosione demografica che abbisognava ora di maggiori risorse agricole per mantenersi, tutti costoro divennero mezzadri e si sparsero sul territorio come una nuova semina. A compiere il mutamento fu l'attenzione che i borghesi cittadini, avendo terminato il loro inurbamento e raggiunto un saldo potere economico, riportarono sulle campagne; si trattava di un'attenzione molto diversa da quella feudale, che riconsiderava il suolo agrario come tale e ad esso richiedeva non più il potere, ormai saldamente afferrato nelle città, ma di volta in volta prestigio, status, se non investimento sia pure immobilizzato (5).

   Il feudalesimo aveva trovato il propio habitat nelle campagne, il mer- cante se l'era al contrario costruito dentro le mura cittadine e a queste da ora in poi dovranno fare forzatamente riferimento gli abitanti delle campagne; pure, questo calo di importanza non ebbe un'immediata manifestazione negativa, ma dilatò anzi gli spazi agrari con un diverso adagiamento sulle piaghe del territorio, creando quella ruralità diffusa che lo stesso carattere morfologico della regione toscana pareva richiedere. Se il Chianti fino ad allora era stato castello, feudo, tributo, divenne ora grano e vino.

   I nuovi proprietari sono i Bardi, gli Strozzi, i Capponi, i Frescobaldi, gli Antinori, i Gherardini, i Rinuccini, i Bonacossi (6). Quasi tutti all'origine borghesi arricchitisi con la mercatura e con il banco, ma che arriveranno ad oggi con un titolo nobiliare, una storia familiare prestigiosa, almeno uno o due personaggi di rilievo e qualche grande palazzo ancora di loro proprietà in Firenze.

   La mappa catastale del Chianti è adesso quasi completa e la situazione della rete di proprietà molto più organica che nei secoli precedenti, ché questi nuovi padroni non dovevano fronteggiarsi dalle alture, ma accaparrarsi i terreni migliori e accorparli in fattorie, mentre i luoghi boscosi potevano caso mai divenire fresche dimore estive.

   Così si stabilizzò la mezzadria ed è chiaro che quei mezzadri, che sempre più numerosi si frapposero tra i proprietari e i loro vigneti, ebbero anch'essi, lontanissime origini e discendenze familiari legate al territorio, come i loro aristocratici padroni, con la differenza, questo sì, che mentre per questi ogni atto fu volontario e decisionale, per i mezzadri fu sempre obbligato, essendo loro negata ogni autonomia di azione da un legame con la terra che li rendeva, peraltro, troppo simili ai loro predecessori servi della gleba.

   Sono condizioni economiche e sociali che hanno attraversato molti secoli e, con pochi mutamenti, anche l'Ottocento e la prima metà del Novecento, grazie in ultimo al puntellamento operato dal fascismo che ha permesso ai nobili chiantigiani di svolgere ancora, anacronisticamente, un ruolo fondiario di cui non erano più capaci.

   Fu così che il tramonto della grande proprietà nobiliare arrivò nel Chianti tra gli anni Cinquanta e Sessanta come un' ondata improvvisa, imprevista dai proprietari perche impreviste o sottovalutate ne furono le cause, che pure erano da individuarsi sì in avvenimenti recenti, ma anche in situazioni lontane nel tempo.

 

   Per dar motivo di questo fenomeno che si risolse in un comportamento uniforme sia da parte dei mezzadri che da parte dei proprietari, l'uno e l'altro versante del rapporto mezzadrile, abbiamo ricercato i fatti attraverso gli uomini, in questo caso alcuni dei grandi proprietari direttamente coinvolti in queste vicende. È stata perciò privilegiata, cercando in questo la maggiore consonanza possibile con le pagine delle veglie, l'indagine diretta che potesse rendere idea, sia pure parziale come avviene in ogni campionatura, del modo in cui i proprietari reagirono alla situazione critica del dopoguerra; la cortesia di alcuni fra i più bei nomi dell'aristocrazia fiorentina ci ha permesso di confrontare i nostri e i loro giudizi e di evidenziarne gli aspetti umani.

   L'ingegner Ginori Conti, erede della nobile dinastia fiorentina che ha legato agli impianti di Larderello il proprio nome, giustamente declina di poter essere annoverato tra l'aristocrazia chiantigiana per il troppo rapido passaggio che, come proprietario, ha effettuato su queste terre; ma forse proprio in ciò il suo caso è emblematico dell'imprevidenza che la classe padronale ebbe a dimostrare al momento della rottura.

   I Ginori Conti infatti avevano piuttosto volto la loro attività verso un'im prenditoria che per i tempi e nel quadro della nobiltà fiorentina era quasi anomala, non dimostrando interesse per la terra fin quando, nel 1938, Piero Ginori acquistò la villa-fattoria di Pian d' Albola in Radda in Chianti. Ma se l'acquisto fu (come ci viene detto) estraneo a considerazioni di prestigio (e la villa nel suo specifico storico e architettonico così come il Chianti in sé molto ne offrivano) e fu motivato unicamente da considerazioni economiche nell'investimento della liquidità derivante dall'esproprio di Larderello, dobbiamo oggi dedurre che l'investimento non fu lungimirante e che le allora già evidenti crepe della conduzione a mezzadria furono troppo affrettatamente date per sepolte sotto il "maquillage" fascista. In effetti la conservazione della proprietà sarebbe stata possibile se la situazione politica, e di conseguenza sociale ed economica, non avesse subito decisive alterazioni; il brusco mutamento del dopoguerra inficiò invece questa possibilità portando, in un periodo successivo, alla liquidazione di Pian d'Albola e riducendo così a memoria di un rapido passaggio l'insediamento chiantigiano.

   L'ingegner Ginori Conti, che ha un approccio umano molto diretto e preferisce presentarsi come imprenditore industriale piuttosto che come aristocratico, ci fornisce al riguardo le sue considerazioni; appuntando l'attenzione sugli anni Cinquanta egli ritiene che fu il processo di industrializzazione a determinare la rottura, ma non solo per gli immediati effetti economici, quanto per l'induzione di tutta una serie di motivi sociali che affrettarono la "fuga" dei mezzadri; ciò di poi si riflesse, con tempi e modi diversi, sui proprietari che dovettero rivedere il loro tipo di gestione. In questo quadro si situa anche la vendita di Pian d' Albola da lui decisa dopo che i mezzadri se ne erano andati perche non era più conveniente tenere l'azienda in conto diretto; ma in questo suo "svendere" e nel deteriorarsi in genere di tali forme di proprietà l'ingegnere non riconosce tanto un fatto traumatico, quanto il naturale evolversi di una civiltà che da contadina si andava facendo industriale. Le sue indicazioni tornano dunque a privilegiare i mutamenti sociali e da esse traspare una conoscenza del mondo mezzadrile forse più approfondita di quanto gli aristocratici "stanziali" possano vantare; una frase in questo senso ci ha particolarmente colpiti, anche perché, oltre il dato sociologico immediato, riporta in luce proprio il fattore economico che era stato marginalizzato: «In quegli anni le ragazze cominciarono a mostrare disinteresse per chi sapeva di stalla» (7).

   Il particolare non è forse di quelli che la storia ufficiale possa prendere in considerazione, ma è sicuramente, nella sua molteplicità di significati, in grado di dar corpo al profondo disagio che si manifestò nelle campagne quando i nuovi modelli di comportamento legati all'industrializzazione del paese presero a diffondersi.

 Furono infatti i contadini a decretare la fine del dominio aristocratico nel Chianti con l'esodo massiccio che, in una decina di anni, spopolò i poderi e disperse l'intera rete organizzativa che il rapporto di mezzadria offriva in tutt'uno con la lavorazione della terra, costringendo i proprietari a fare conti ben diversi da quelli del saldo di Fattoria.

   Su questo dato esce la pregnanza dell'annotazione; quelle giovani che rifiutavano un partito fino ad allora dei più appetibili nell'ambito della campagna, non solo inducevano un meccanismo sociale di mutamento, ma fisicamente alienavano le ville e le fattorie di sé stesse come manodopera a basso prezzo se non addirittura gratuita.

   Non ci furono più «ragazzotte ben liete di andare a fare lavori in villa» (8), ne ci furono più "opre" da registrare a credito dei contadini, quelle opere che consentivano di soddisfare le molteplici esigenze di manutenzione delle grandi tenute padronali senza alcuno sborso di denaro.

   La manovalanza gratuita o semigratuita su cui era stata costruita tanta parte delle fortune chiantigiane dell'aristocrazia fiorentina venne a mancare in modo repentino, ma pur sempre alla fine di un processo di saturazione che risaliva molto addietro nel tempo. Se i contadini infatti decisero di abbandonare i poderi non fu solo per quei motivi sociali che facevano della città la terra promessa e offrivano lucenti cucine in fòrmica al posto dei solidi tavoli di castagno (9) ma anche per sfuggire a condizioni economiche ed umane che avevano di gran lunga superato il limite consentito dal periodo storico in cui l'intera nazione, e non più solo la Toscana o il Chianti, stava vivendo.

   Questo il principale motivo (eppure prevedibile !) che scosse proprietà di dimensioni e prestigio davvero considerevoli e che va collocato in una situazione di classe mai pienamente compresa dai pur illustri proprietari.

   Non intendiamo drammatizzare la situazione del mezzadro, che anzi lo stesso Marcello Vanni riporta in luce la positività dei valori che sono stati elaborati, nell'arco di secoli, all'interno di una condizione sociale fortemente tipicizzata anche per l'area di appartenenza storico-geografica in cui si è svolta; ma è d'altronde necessario riaffermare come l'inadeguatezza dei proprietari chiantigiani nell'affrontare il complesso nodo umano che era alla base dei rapporti di mezzadria (quella stessa inadeguatezza letteraria di cui si dice nelle pagine introduttive) si sia poi risolta in una incapacità di previsione politico-economica lesiva dei loro stessi interessi.

   L 'esodo dei mezzadri sarebbe sicuramente avvenuto anche a fronte di un diverso comportamento padronale, perché il nuovo sviluppo economico, visto anche in dimensione extranazionale, lo imponeva; ma avrebbe potuto svolgersi in termini meno tumultuosi e infinitamente meno dannosi per i suoi protagonisti, sia nello sradicamento dalle origini sia nelle forme del successivo insediamento. Pensiamo all'espressione usata, a proposito dell'esodo, dal conte Neri Capponi, un altro degli interlocutori che, diretti protagonisti della "débàcle" della propria classe, ci hanno consentito di trasformare in individualità concrete concetti solitamente attribuiti a categorie sociali astrattamente codificate.

 

   Cercando nella memoria il momento più intenso di quella emorragia di mezzadri che anche la sua vasta tenuta di Calcinaia subì a partire dal '60, il Neri Capponi ricorda: «Ci fu la grandine, nel '63 mi pare, e subito arrivarono decine di disdette» [da parte dei mezzadri, N.D.A.]. Parrebbe il suo, pur nell'onestà della ricostruzione di avvenimenti passati, un tentativo inconscio di fatalizzare un dato sociale riportandone le cause, quasi fisicamente, all'ordine naturale e alleggerendo così le gravi responsabilità padronali; certo è che, nella concretezza che ha assunto il ricordo, noi individuiamo la rottura come esplosione di una scelta già da tempo pensata ma non preordinata, e se la grandine ci fu, significò per il contadino l'atto di coraggio necessario per interrompere un uso di vita spesso secolare.

   Anche il conte Neri Capponi d'altronde subì di riflesso i danni della grandine divenendo un'ottima "campionatura" per uno studio sulla decadenza della proprietà nobiliare.

   Famiglia di antiche origini i Capponi fanno già parte, nel XIII secolo, di quella borghesia fiorentina emergente che dalla mercatura e dal banco trarrà prima la propria ricchezza e poi la propria nobiltà nonché in genere, nello scorrere dei secoli, almeno un fulgido esempio di doti civiche e patriottiche, ma anche una "pecora nera" per lo più sottaciuta. II loro interesse per le terre del Chianti non fu dunque un fatto episodico ma un atteggiamento di classe di cui furono compartecipi; così dal 1400 al 1900 essi sono presenti in numerose ville e castelli, particolarmente nella zona di Barberino VaI D'Elsa e Greve; ricordiamo La Paneretta, Linari, Petrognano, Calcinaia e Uzzano.  Non dimenticando che le frequenti diramazioni parentali spesso inficiavano la continuità della proprietà, come d'altronde potevano essere causa di nuovi insediamenti, possiamo affermare che il processo di accumulazione fondiaria, particolarmente attivo nel 1400 e 1500, si mantenne costante fino al 1800 quando iniziò a profilarsene il declino.  La rivisitazione storica che il conte Neri Capponi compie a questo proposito è ampia, accurata ed anche amata, giacché egli può passare da tematiche generali a conoscenze che sono il più delle volte familiari; la villa-fattoria di Calcinaia è il punto di ricongiungimento della conversazione, trattandosi dell'unica proprietà mantenuta fino ad oggi ed anche di una fra le più antiche essendo stata acquistata nel 1523.  La decadenza economica della famiglia (lO) è, come si è detto, ripercorribile per oltre cento anni addietro e se non ci può essere un piacere oggettivo nel ricordare le fallite speculazioni edilizie del bisnonno, le piacevoli sregolatezze dell'avo che, sposata la figlia ad un banchiere svizzero, ne mangiò letteralmente la dote, o gli approfittamenti dei fattori, come infine una diffusa incapacità di operazioni commerciali, c'è però certamente un piacere soggettivo per il nostro interlocutore nel ricondurre la propria situazione attuale a precedenti dissesti. Ne consegue infatti che la vendita, effettuata negli anni Sessanta, di tutte le terre che ancora possedevano al di là della Greve, circa 25 poderi, con il restringimento di Calcinaia alle attuali dimensioni, è sì l'ultimo atto di una dinastia, ma anche una scelta imprenditoriale, una decisione personale di riordino della proprietà su diversi criteri aziendali.

   Tutta questa situazione viene oggi vissuta dal conte Neri Capponi come un ritorno "alla mercatura" che, dopo aver segnato lo slancio vitale delle origini, era stata rinnegata dalla famiglia prima per un malinteso senso della nobiltà e in seguito per il prevalere dell'aspetto fondiario sulle altre attività economiche. A questo proposito la riflessione del conte è precisa: «La mentalità statica contadina si riflette sul contadino quanto sul proprietario, li arterosclerotizza impedendo una capacità di adattamento e un gusto per la mercatura; solo l'industrializzazione in campagna rende meno contadini nella mentalità».

   La drastica ridefinizione della proprietà viene così a configurarsi positivamente a livello personale, pur restando, oltre ogni dubbio, declino politico ed economico; mentre il conte Neri Capponi rivela l'entusiasmo del "do it yourself" che in un'azienda di dimensioni umane ritrova I'importanza del proprio impegno, quasi una quantificazione di se stesso, la ricostruzione storica ci dice che quando negli anni '60 i Neri Capponi modificarono la proprietà lo fecero sotto la spinta di una situazione complessiva che non erano più in grado di dirigere a proprio favore, per cui da una secolare imposizione di potere dovettero scendere ad una gestione economica aziendale.

   Vogliamo a questo proposito porre in risalto l'incidenza dell'elemento personale che contraddistinse, all'interno di un comportamento di cui si possono oggi dare interpretazioni omogenee di classe, i singoli atteggiamenti degli ultimi eredi delle grandi famiglie.

   Se infatti, di fronte ai vecchi ordinamenti politici che avevano istituzionalizzato il potere dell'aristocrazia la capacità o l'incapacità personale avevano un peso molto relativo, nel nuovo assetto del dopoguerra la cappa protettiva della famiglia si andò dissolvendo nella complessità della diversa espansione economica. I giovani uomini, che all'epoca erano appena usciti o stavano uscendo dalla tutela paterna e che erano perciò particolarmente stimolati a percorrere gestioni economiche proprie, poterono sì più facilmente rientrare in possesso di sé come individui ma anche con maggior facilità si evidenziarono le imprevidenze, le incompetenze o anche solo il disinteresse là dove contemporaneamente fu più difficile affermare il loro contrario.

   Si trovarono quasi di fronte, generazione nuova di chi aveva sempre comandato e generazione nuova di chi aveva sempre subito, e negli spazi aperti del processo economico che, ancora fluido, doveva rifare i propri argini ognuno dovette collocare se stesso e il proprio futuro.  Elemento comune ad entrambi fu la localizzazione cittadina che riassumeva tutti i nuovi valori.

   Per il mezzadro ciò si tradusse in uno spostamento fisico reale, a volte filtrato attraverso passaggi successivi da un podere più lontano, e spesso più povero, ad uno più vicino alla città, quasi alla ricerca di un frangiflutto che attutisse una definitiva scelta di vita; per il proprietario invece tale localizzazione non fu vissuta fisicamente, ché da sempre i nobili fiorentini dividevano equamente il loro anno solare tra città e campagna, ma rese obbigatoria I'individuazione del centro di potere, e non fu certo la terra. Tuttavia, mentre per il mezzadro la scelta della città fu ancora tempestiva, per il padrone non più; egli aveva ormai travalicato i tempi e ciò gli fu grandemente nocivo, le vendite divennero fallimenti, più o meno dichiarati, e per cifre a volte irrisorie si alienarono secoli di supremazia. Così, di contro ad alcuni di quei giovani uomini di allora che realizzarono se stessi rafforzando l'immagine della propria famiglia, molti altri persero più del consentito, probabilmente la stima di sé.

 

   Abbiamo precedentemente visto come la parabola storica dei Capponi si conclude, o forse riparte, con una mercatura insolita nella tradizione di famiglia, quella del vino; profondamente significativa è invece questa mercatura per la dinastia dei Ricasoli, i più antichi proprietari di queste terre, uno dei tre rami, e l'unico arrivato ad oggi, in cui si divisero i Firidolfi agli inizi dell'anno 1000.

   Fu proprio il Barone Bettino, l'"anima nera" del capitolo precedente, a teorizzare, come è ormai ben noto, la formula del vino Chianti classico, dandone il via alla commercializzazione nonostante lo scarso entusiasmo dimostrato dai fiorentini, «gente maligna, superba e da poco.... la paura della frode... e la spilorceria riduce i fiorentini stupidi e di ogni rango a non bevere più il vino» (11).

   Oggi il vino rosso di Brolio ha nome nel mondo ma il Barone Bettino Ricasoli che, con estrema cortesia, ci riceve nel suo bell'ufficio fiorentino, non ha certamente preteso di piegare la vita e gli uomini alle sue opinioni; d'altronde non è più tempo di pulsazioni romantiche e di grandi avvenire e se per il suo illustre antenato si aveva da fare l'Italia grande, egli ha potuto tutt'al più ambire di essere grande in un'Italia (già fatta); proponimento tutt'altro che trascurabile già in sé e che inoltre avrebbe cozzato nella dissestata situazione finanziaria lasciatagli in eredità dal padre Luigi; cambiando i tempi infatti, quelli che per l'avo più illustre della storia familiare furono errori in campo economico, ma recanti pur sempre l'impronta delle grandi imprese, per Luigi Ricasoli non si poté parlare altro che di speculazioni fallite.

   Fu così che le vaste tenute dei Ricasoli, Cacchiano, Meleto, San Polo in Rosso, furono progressivamente svendute a partire dagli anni '50 e nel 1960 anche Brolio divenne un'azienda con salariati, mentre l'impresa vinicola fu poi incautamente incorporata in una società americana.

   I giudizi del Barone su questo particolare periodo sono di poca coloritura ma essenziali: la mezzadria era comunque un'ottima forma di rapporto di lavoro per la cointeressenza del lavoratore all'impresa e se non ci fossero state le prese di posizione politiche avrebbe potuto mantenersi pur con alcune varianti; certamente anche l'isolamento e le nuove necessità dei giovani hanno contribuito alla fine di questo tipo di conduzione ma non parevano un ostacolo insormontabile; il colpo più duro fu probabilmente dato dalla meccanizzazione che, riducendo la parte di lavoro spettante al contadino e non avendo egli capitali da immettere in contropartita, inficiò il concetto di cointeressenza.  Perché allora la decadenza? La risposta è elusiva: un cambiamento, una scelta, un adattamento al mutare dei tempi, forse non proprio decadenza ma un ridimensionamento su diverse basi imprenditoriali. In effetti è probabilmente a noi che spiace parlare di decadenza di fronte a questo aristocratico gentilissimo che pare assolvere, pur disamorato, a doveri inalienabili di rappresentanza, perché se dietro l'azienda vinicola ci sono i capitali di una finanziaria, sulle etichette è ancora il nome Ricasoli che fa vendita.

   Ma il Barone anche su questo punto non ha cedimenti e non approva la nostra ipotesi che i vini chiantigiani sfruttino la propria immagine di antica nobiltà, ponendosi sul mercato quasi come valori culturali, «perché nel vino», egli afferma al di là di ogni mitizzazione, «conta soprattutto la qualità».

   Due grandi famiglie che, con diverse cadenze, sono rientrate in ranghi ben più ristretti di quelli a cui erano use e, se lo smottamento può risalire o meno dell'800, il crollo ha sempre la stessa data.

   Gli investimenti sbagliati, le incapacità personali, più genericamente il non inserimento nei settori produttivi di nuova formazione e che avrebbero rappresentato il potere di lì a poco, tutti questi elementi scivolano insieme nel '900, momentaneamente arginati dal fascismo, ma poi di nuovo in piena corsa fino alla clamorosa 'impasse' del dopoguerra.

   È in questi anni che si ricongiungono una serie di fattori politici, sociali ed economici che alla proprietà nobiliare terriera chiedono di saldare il proprio conto; i mezzadri hanno partecipato in prima persona alla guerra e spesso alla Resistenza perdendovi gran parte della tradizionale soggezione verso il padrone, i partiti politici di opposizione hanno preso vigore nel definire le rivendicazioni della classe lavoratrice, l'organizzazione industriale e produttiva, dentro le più vaste possibilità offerte dalla ricostruzione e dai legami internazionali, definisce i nuovi modelli di vita; non intendiamo qui render conto del positivo e del negativo dei fatti menzionati, ci basta registrare che chi possedeva terre a mezzadria dovette in genere subirne l'impatto.

   E fu come nella favola di Andersen, «i vestiti nuovi dell'imperatore», allorché bastò che una voce di bimbo gridasse «il re è nudo» perché tutti osassero fare altrettanto («-Non ha proprio niente addosso - urlò infine tutta la gente. E l'imperatore si sentì rabbrividire perche era sicuro che avevano ragione; ma pensò - Ormai devo guidare questo corteo fino alla fine - e si drizzò ancora più fiero e i ciambellani camminarono reggendo la coda che non c'era per niente» ). Se fino ad allora, sia pure in un ambito limitato spesso alla propria area geografica di appartenenza, i nobili chiantigiani avevano detenuto quote di potere tali da far apparire subalterno il loro ruolo di proprietari terrieri, adesso, avendo fine lo spazio politico-economico della loro consorteria conservatrice, apparvero per quel che erano; grossi "rentier" che dovevano alla terra e ai contadini molto più di quel che apparisse. E, contradditoriamente, proprio nel momento in cui emerge la loro reale identità sono costretti a svendere; quel "signor padrone" che pareva trarre altrove le proprie agiatezze e che al contadino era apparso come un mitico depositario di ogni potere decadde nel momento stesso in cui il contadino decise, per la prima volta dagli oltre cinque secoli in cui era nato come mezzadro, di andarsene. Da questa situazione non mancarono di trarre guadagno i fattori che, diversamente dai ciambellani della fiaba, ormai da lungo tempo svolgevano un ruolo sempre più teso al proprio "benessere", approfittando egregiamente della contemporanea debolezza delle due parti. E chissà che non esemplifichino più di tante nostre ipotesi le colorite "riflessioni " che un anonimo toscano - tale vuoI rimanere - ci ha fornito come sua spiegazione della fine della grande proprietà nobiliare chiantigiana: «In questo bel Chianti chiantoso ed ombroso i nobili ci stavano proprio bene; oh sì, come era bello stare sempre e per tutto all'aperto, in sul finire della stagione, e sciacquarsi al torrente senza dover ricorrere a quei lucidi bidé di ottone e porcellana che nei gelidi cessi delle loro magnatizie dimore fiorentine gli ghiacciavano le chiappe nella triste stagione invernale. Lì invece tutto era naturale e sapeva di buono, come le poppe delle contadine che del Ricasoli si dice e si parla ora che è morto e sotterrato, ma degli altri non si dice e lo si sa. Oè, chi glielo faceva fare, se non erano di quelli esaltati, di svendere tutte quelle zolle, carrettate erano, e quelle ville con i ghirigori del '400 e del '700 e qualcuna perfino che risaliva anche prima dell'anno mille. Certo che nessuno avrebbe mai detto - Oh Tonio, sor fattore, che le voi te tutte queste cosucce ? - e allora? Allora è che ci furono costretti, sennò vuoI dire che non se ne capisce più niente e il mondo va tutto alla rovescia».

 

   Nella nostra breve rivisitazione dei fatti attraverso gli uomini siamo arrivati anche ad un aristocratico che nel Chianti non ha visto delinearsi alcuna decadenza, anzi al Chianti ha portato la propria dinastia attraverso un atteggiamento imprenditoriale che legò alla commercializzazione del vino, prima che alla proprietà fondiaria, le proprie fortune, immettendosi con larga anticipazione nel nuovo circuito economico.

    Il marchese Niccolò Antinori è sicuramente un personaggio che non ha rinunciato a servirsi di tutto ciò che lo distingue come aristocratico e I'incontro che chiediamo di avere con lui è filtrato attraverso una serie di passaggi formali che ne privilegiano l'immagine.

   Ma poi il parlare è facile e si scopre che gli occhi di un vecchio signore di ottantacinque anni possono brillare come quelli di un ragazzo, mentre ci si adagia con piacere nella magnificenza di Palazzo Antinori e ci vien detto, con un guizzo di irridenza così toscana che ci pare quasi cara, il perché e il come si svolga questo ruolo di nobile, quasi necessario da rappresentare specialmente con i clienti anglosassoni. Si viene dunque a conoscere la storia di chi, con una punta di civetteria, ama definirsi "vecchio vinattiere", una storia tutta snodata attorno alle sue capacità imprenditoriali, capacità che invece di mortificare il suo essere aristocratico ne hanno esaltato la significanza.

   L 'azienda vinicola Antinori ha infatti legato la propria immagine a quella di un vino nobile, sia nel suo contenuto che nelle sue etichette; è un gioco di mercato che in altri casi ha fatto fiorire la nobiltà laddove se ne poteva tracciare il declino, perche i castelli, le ville, gli stemmi che accompagnano il Chianti, questo liquido pezzo di storia e di antiquariato che si ricrea ogni anno, oggi nascondono più plebee società azionarie e i nomi sono solo "etichette" sulle etichette. Ma non è il caso degli Antinori, anche se la denominazione dei loro vini è appunto passata dal termine Cantine a Fattorie (con il relativo acquisto di S. Cristina e Tignanello) e poi a Marchesi tout-court in omaggio a motivi psicologici che il marchese ha sempre tenuto in gran conto nella commercializzazione, soprattutto verso i paesi di lingua inglese dove quel "fattorie" era troppo simile a "factories" (fabbriche).

   Non è il caso degli Antinori, non solo perche l'etichetta risponde al reale, ma anche perche il meraviglioso mantenimento del Palazzo Antinori, da Niccolò previdentemente riacquistato nel 1955, la Cantinetta di degustazione inaugurata poco dopo all'interno del palazzo, lo stesso personale tipo di rapporto "aristocratico" che il Marchese offre ai suoi clienti, non sono soltanto pezzi di un mosaico d'impresa commerciale, ma anche capacità e volontà di conservazione di antichi valori storici dentro la realtà attuale (12).

   Niccolò Antinori ci parla con enfasi della mezzadria, la ricorda nel suo essere mirabile tessitrice di paesaggi e di carattere; egli sostiene infatti che oltre al mantenimento dei terreni collinari, altrimenti incoltivabili, essa ha avuto un alto valore formativo per il contadino toscano dandogli una civiltà tutta sua, ed ha contemporaneamente, in uno scambio reciproco, aggiunto alla nobiltà fiorentina un tocco di classe che è difficile riscontrare in altre aristocrazie; tutto ciò grazie al rapporto esistente tra proprietario e contadino, sia diretto sia filtrato dai figli nell'uso delle vacanze in campagna, rapporto di amicizia e di fiducia spesso sciupato dalle figure di intermediazione, quali il fattore e i guardia, d'altronde necessarie.

   Su questi motivi l'Antinori rafforza la convinzione che la mezzadria poteva ancora esistere se i partiti politici non avessero istigato all'odio di classe, e che l'amore per la terra e la libera contrattazione l'avrebbero salvata o quanto meno avrebbero lasciato che si estinguesse da sola se così doveva essere.

   Replicare su quanto di utilitarismo personale ci fosse nel declamato amore padronale per la terra o su quale libertà di contrattazione potesse avere il mezzadro sarebbe facile; ma nelle parole dell'Antinori la compenetrazione tra l'imprenditore d'assalto e l'aristocratico di campagna è tale che quella discordanza tra l'elogio della mezzadria e di un suo mitico mantenimento e il lieve corruccio che ancor oggi gli provoca il ricordo dello sborso reso necessario dieci anni fa per mandar via dal podere l'ultimo mezzadro, sostituendolo con macchine e paletti di cemento, non dà quasi trasalimenti.

   Lo spirito con cui questo anziano aristocratico riesce a conciliare in sé diverse personalità è così pienamente e sobriamente toscano che a noi toscani, riconoscendolo, vien da credere che sia davvero avvenuto un reciproco scambio tra proprietari e mezzadri durante il lungo cammino che insieme hanno percorso.

   Quest'ultimo colloquio ha riportato in luce un elemento di cui avevamo fin qui taciuto: l'incidenza di un mito, quello mezzadrile, su fatti economici e sociali di pur vasta portata; è ben emersa nelle parole dell'Antinori, e noi l'abbiamo accettata appunto come parte di una realtà in cui varie verità possono convivere, l'attenzione affettuosa a quel che di mirabile era nella mezzadria; e soprattutto mirabile fu il passaggio, risultanza visiva tuttavia non solo estetica ma intrinsecamente carica di valori, su cui centinaia di voci si sono già levate; e anche mirabile fu la creazione, durante i lunghi secoli in cui la mezzadria manteneva in continua ridefinizione sé stessa e le proprie forme, di una realtà antropologica specifica, diversamente da manifestazioni, comportamenti e situazioni che si sono più velocemente rarefatte e trasformate nel tempo. Di tutto ciò si è composto il mito e non è semplice darne definizione; se infatti nell'analisi storica o politica noi possiamo e dobbiamo scindere una realtà complessa, nella fruizione di un fenomeno la scissione non esiste e il fenomeno arriva ai nostri terminali sensoriali nella sua complessità. In questa complessità rientrano con prepotenza gli elementi estetici che erano stati estrapolati dal contesto per compiere una rilevazione scientifica; così se le case coloniche, ad esempio, sparse sul territorio con intelligenza incontestabile, erano state pensate per rispondere a requisiti tecnici (non etici) congeniali ai criteri economici della loro epoca e della classe dominante, esse sono oggi riviste e assunte in un godimento che, pur inglobandoli, supera e sublima gli stessi elementi tecnici. In ogni caso, al di là dei perché del mito, ci sembra opportuno ricordare la necessità di riconoscere le tracce che, come un fossile, la mezzadria ha lasciato di sé nel paesaggio e negli uomini, senza per questo darne un giudizio di valore.

    Di quanto noi ci siamo allontanati dallo specifico di questa indagine (ma solo in parte dato che la nobiltà gronda mito e vieppiù se decaduta) soffermandoci sul fascino che la mezzadria riesce a trasmettere ancora oggi, di tanto c'é chi ci riporta dentro a rapporti economici reali ed attuali, sezionando questa stessa mezzadria e scomponendola in ogni suo movimento come si fa nella catena di montaggio per effettuare il calcolo dei tempi e della produttività.

   Il commendator Remo Ciampi chiude questo nostro breve giro di collo- qui rappresentando da solo, sia nella qualità che nella quantità, la nuova proprietà chiantigiana. È sufficiente sfogliare una qualsiasi delle innumerevoli guide ai castelli e alle ville del Chianti per notare la ricorrenza del suo nome come proprietario o presidente di società in sostituzione di eccellenti blasoni, a partire dai Ricasoli. Anche il commendator Ciampi era comunque partito da un fattore emotivo, il ritornare, lui fiorentino che per tanti anni aveva svolto la propria vita e la propria attività a Milano, nelle campagne toscane, ma qui approdato, il mito della mezzadria è stato ben presto sopraffatto dal mito dell'efficienza e quello che doveva essere un privatissimo rientro si è trasformato in una pubblica attività.

   Ne fu causa probabilmente quella sua necessità, riscontrata anche nel corso della nostra conversazione (che ha avuto rispetto alle precedenti un taglio meno evocante ma indubbiamente più contabile), di trasformare tutto in precisi calcoli di redditività; calcoli che coinvolsero lui stesso e i mezzadri incorporati nei poderi fin dall'acquisto del suo primo "pezzo" di Chianti, la villa della Pesanella, acquisto che fu trattato con un'agenzia, su di un catalogo fotografico, quando tutti svendevano, e deciso nel 1960, "senza grandi possibilità", come ci vien detto.

   Che i mezzadri fossero in condizioni di vita inaccettabili fu subito evidente al commendatore, ma più per i soliti, automatici, calcoli di raffronto tra redditi che per sensibilità sociologica; di conseguenza offrì ai suoi mezzadri di diventare operai salariati. Il cambiar di ruolo nel rapporto di lavoro non è stato sufficiente a cancellare il vizio di origine, che è poi la mezzadria, e che, per Remo Ciampi, si sintetizza principalmente in quella libera ed arbitraria utilizzazione del tempo che ai mezzadri non venne mai contestata. Questo mancato "controllo dei tempi" si riflette sugli operai chiantigiani di oggi e «mentre gli operai dell'Emilia sono rossi come il vino e quando c'è da scioperare scioperano, ma quando c'è da lavorare mettono la quarta, gli operai chiantigiani lavorano in prima» (13) (ridotta, viene da pensare a noi, nelle colline più ripide).

   Non è poi così entusiasta del suo ambiente d'origine il nostro interlocutore, forse perché le tracce che la mezzadria ha lasciato sono ancora storicamente troppo fresche per potervi trapiantare un altrettanto fresco spirito d'impresa d'oltre Appennino o forse perché il numero delle iniziative prese e di quelle progettate è così rilevante e la redditività così incerta (o certa ma in passivo) che, egli afferma, tornerebbe volentieri indietro nel tempo a godersi un vero rientro privato. Ma non crediamo sarebbe mai possibile, per quel tanto che lo abbiamo conosciuto.

   A quale definizione siamo dunque arrivati per un Chianti che dia atto della decadenza dei suoi nobili proprietari e della scomparsa dei suoi mezzadri?

 Un Chianti d'assalto forse? il nostro ultimo colloquio e i vigneti superpecializzati e sistemati ad uso di ogni possibile meccanizzazione da adottare in qualsiasi governo di cui la vite abbisogni ce lo confermerebbero, e fanno mostra di sé davanti a splendide ville nate per godere degli ozi della terra; ma sono ozi di cui oggi neppure la classe dominante può godere, che anch'essa ha da rientrare nelle innumerevoli disposizioni che, sotto le sigle più svariate, controllano (senza per questo alimentarla come si dovrebbe) l'agricoltura. Ma potrebbe anche essere il Chianti delle numerose piccole proprietà contadine che riunite o non in cooperative, offrono vino DOC e prodotti di fattoria su genuini cartelli scritti a mano. Oppure il Chianti della borghesia cittadina che non può permettersi troppo grandi tenute e gestisce in proprio con ogni cura poderi ben restaurati e rivitalizzati. O quello degli stranieri, i primi ad acquistare le terre e le case che i grandi proprietari svendevano, i primi a dar nutrimento ai residences colonici e i primi a riconoscere a questa terra i suoi valori storici e naturali (14). O infine il Chianti della decadenza, quello che siamo andati cercando e che ammicca da ogni villa, da ogni rifoltir di cipressi, da ogni podere abbandonato.

   Probabilmente è proprio a questo sfaccettato uso di sé che si può ricondurre il decadere del Chianti come grande proprietà fondiaria, un uso che non potrà più essere quello monolitico dei tempi del Barone Ricasoli, Barone di Ferro asprigno come le terre che si scelse a dimora. E proprio a Brolio abbiamo trovato chi, con una sola frase, ha dato una corposa immagine della fine della grande proprietà nobiliare; è il guardiano (unico dipendente rimasto a svolgere qualsiasi mansione, compreso il custodire e rivelare, senza troppi pudori, le grandezze e le miserie di una dinastia) che, sugli spalti del castello, di fronte ad una Toscana azzurrina che andava oltre Siena, quasi fino all'immaginazione del mare, ci ha detto dei nobili che un tempo possedevano tutto: «ora non hanno più nemmeno un metro di terra per seppellirsi»

   Si può osservare che vi sono nobili - e in queste note ne abbiamo incontrati alcuni - che hanno conservato una parte notevole delle terre avìte; ma a ben guardare si tratta di personaggi che sono trasmigrati nella nuova borghesia con un processo, per così dire, inverso a quello che, nel Rinascimento, aveva condotto i mercanti ad acquisire i titoli e i comportamenti dei nobili (15).

   La nobiltà come classe è invece completamente decaduta e ha perduto la distinzione e il prestigio, ormai ridotti a forme e simboli; condizione questa che non ha nulla in comune con quella del nobile decaduto, figura del passato che traeva dall'aristocrazia dominante il proprio riconoscimento e il mantenimento anche fisico.

   In altri paesi la decadenza della nobiltà ha avuto origini, svolgimenti e  conclusioni in tempi più lontani, mentre da noi il processo è stato relativamente recente. Ma anche qui si tratta di un processo socio-economico irreversibile e di questo sembra si siano pienamente resi conto i nobili con i quali abbiamo parlato, anche se in essi vi è, pur in maniera assai diseguale, una grande nostalgia del passato; e poiche la decadenza viene correlata alla crisi della mezzadria, si sostiene che non c'era motivo che la mezzadria finisse e che se ciò è avvenuto è stato solo per la demagogia delle forze politiche.

   Lontano da loro l'idea che il tramonto della mezzadria è un aspetto, talvolta una conseguenza, della trasformazione, nel bene e nel male, dell'economia e della società e soprattutto una conseguenza dell'emergere dal secolare stato di soggezione dei mezzadri, fatto peraltro che nemmeno le forze politiche di sinistra compresero e valutarono appieno.

   Tutto ciò non deve far dimenticare quanto il vecchio mondo mezzadrile ha lasciato in eredità; non vi è dubbio infatti che le strutture produttive mezzadrili erano pienamente integrate con l'ambiente naturale (16) e dunque capaci di produrre opere d'arte collettive (il paesaggio) e singole (ville, fattorie, case coloniche) in perfetta armonia con esso. Proprio in questa eredità dobbiamo rintracciare un elemento positivo della grande proprietà nobiliare; se infatti non va dimenticato che è stato il plusprodotto dei mezzadri, più elevato di quello di altre economie agricole (17), a mettere a disposizione dei signori i mezzi a tal fine necessari, oltre quelli destinati ai loro ozi e lussi, va anche contemporaneamente rilevato che una cospicua parte dei redditi padronali fu destinata alla produzione di beni culturali che erano al tempo stesso una fonte di godimento e una forma di tesaurizzazione. Si trattava di un comportamento per certi versi criticabile e non inusuale nelle passate epoche storiche (18), ma in cui i nobili chiantigiani profusero passione, impegno e gusto artistico e che ha consentito la straordinaria accumulazione di beni oggi godibili dalla collettività e come tali da considerare patrimonio comune (19).

   Per la formazione dei beni culturali della campagna occorre inoltre tener conto della partecipazione dei mezzadri alla loro produzione, non solo come fornitori del plusprodotto necessario e della manodopera, ma anche come autori autonomi: in primo luogo del disegno, sul grande foglio del terreno, delle coltivazioni, dei terrazzamenti e delle sistemazioni, e inoltre per l'architettura "fatta a mano" di gran parte delle case coloniche.

   Ci si può domandare se il gusto artistico dei mezzadri chiantigiani (e possiamo aggiungere toscani) è un aspetto della cultura contadina toscana o, di contro, è il risultato di influenze esercitate dai signori. La nostra opinione, senza addentrarci nel tema specifico di cosa sia la "cultura" e da quali componenti tragga vita, è che sia vera l'una cosa e l'altra: il mondo contadino era infatti sì separato ed opposto a quello dei signori e fra i due non vi erano canali di comunicazione intellettuale, ma le ville, i palazzi e i giardini erano sempre di fronte ai loro occhi e le loro forme erano accessibili e congeniali anche ai contadini che, del resto, erano spesso impiegati nella costruzione delle opere (20). Che comunque, oltre a questa "contaminazione", si esplicasse una cultura contadina autonoma, originata dalle specifiche condizioni di vita e di lavoro, ce ne dà particolarmente atto il paesaggio agrario, unicamente attribuibile ai mezzadri.

   Molti temi si potrebbero aprire su queste risultanze visive ed artistiche della mezzadria, giacché non possono essere pure apparenze vuote di valori intrinseci. "Dove non c'è bellezza non c'è virtù", dice uno dei personaggi contadini di Marcello; noi utilizziamo la frase al suo positivo e diciamo che nella bellezza del Chianti, e della Toscana mezzadrile in genere, molte virtù furono profuse, compito non ancora esaurito il ricercarle.

   È proprio nel paesaggio, dove ville e fattorie si fondono con le case coloniche e tutto si armonizza con i campi, i boschi e l'intero ambiente naturale, che noi individuiamo il filo conduttore capace, ancora oggi, di dare omogeneità a quei molteplici usi del Chianti cui abbiamo accennato; un paesaggio umanizzato che ha il volto contadino e quello nobile. In sintesi diremmo il volto della storia, con la speranza che quella più recente sia, come e più di quella passata, rispettosa dell'ambiente e della conservazione delle risorse naturali (21).

 

 

 

Note:

 

 1  Ne segnaliamo qui alcuni, ma la bibliografia in proposito è particolarmente vasta: A CASABIANCA, Guida storica del Chianti, Roma, 1975, e Notizie storiche sui principali luoghi del Chianti, Roma, 1976; R. FRANCOVICH, I castelli del contado fiorentino nei secoli XII e XIII, Firenze, 1973; R. FLOWER, Chianti, Storia e cultura, Firenze, 1981; I. MORETTI/R. STOPANI, Chiese romaniche nel Chianti, Firenze, 1966, e I castelli dell' antica Lega del Chianti, Firenze, 1972; e il sempre utilissimo E. REPETTi, Dizionario geografico-fisico-storico della Toscana, Firenze,1833-1845.

 2  A questi proprietari vanno aggiunte le Abbazie, che non rientravano nello specifico della nostra indagine. Interessante in proposito E. CONTI, La formazione della struttura agraria moderna nel contado fiorentino, Roma, 1965, per l'ampia documentazione raccolta sull' Abbazia di Passignano.

 3  Per le zone del Chianti si vedano in particolare A. CASABIANCA, op. cit., e gli altri testi segnalati nella nota 1.

 4  L. BOSI, Le ville del Chianti, Pistoia, s.d.

 5  Si vedano in proposito le considerazioni di E. SERENI, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, 1974.

 

6  Oltre alle notizie reperibili nelle numerose guide del Chianti, si veda in particolare R. FLOWER, op. cit. .

 7 e 8  Le frasi sono state espressione diretta dell' ingegner Ginori e ci sono parse particolarmente significative e concrete in ogni vocabolo usato.

 9  Si veda la testimonianza diretta riportata con efficacia da Nicchia FURIAN RAFFO in Diario nel Chianti, Firenze, 1976.

 10  Ed è nobiltà decaduta questa, con tutte le implicazioni mitiche che il termine evoca; la nobiltà è nei tratti, nella casa, nella cultura e nel piccolo tocco di trasandatezza per le cose di pregio sparse ovunque e pure ognuna pezzo di grande antiquariato; la decadenza è nel vivere tutto ciò senza avere più potere per cui gli atti qualsiasi che ognuno di noi deve compiere nella sua anonimità quotidiana diventano quasi motivo di stupore svolti dentro una cornice di ori e stucchi.

 11  In Ricasoli e il suo tempo, Atti del Convegno di Studi Ricasoliani, Firenze, 26-28 settembre 1980, pag. 398.

 12  L'interesse del Marchese Antinori è ben testimoniato anche dalla raccolta di sue brevi memorie di cui ci ha fatto gentile omaggio.

 13  La colorita espressione usata dal Commendator Ciampi, oltre che tradire il suo disappunto, ci sembra anche tradire la sua, pur sofferta, origine toscana.

 14  Il grande interesse degli stranieri nei confronti del Chianti è ben attestato e documentato dal recente testo di R. FLOWER, op. cit.

 15  Cfr. S. ROMANO, Le classi sociali in Italia dal Medioevo all'età contemporanea, Torino, 1977.

 16  Lo storico S. ANSELMI ha recentemente evidenziato, per quanto riguarda l'integrazione fra le strutture produttive e l'ambiente, che il podere mezzadrile era un "ecosistema" (Città e campagna: conflitti e controllo sociale, in ISTIUTO ALCIDE CERVI, "Ribellismo, protesta sociale, resistenza nell'Italia mezzadrile fra XVIII e XX secolo", Annali, n. 2/1980, pagg. 44-45). Oggi purtroppo, nonostante la disponibilità di nuovi mezzi, l'agricoltura collinare non riesce ad evitare il degrado e la non integrazione con l'ambiente naturale. Per questi nuovi problemi ricordiamo R. CIANFERONI (a cura di), La collina toscana, Roma, 1984.

 17  Per Plusprodotto agricolo si intende la quantità di produzione eccedente la soddisfazione dei bisogni alimentari al livello minimo di sussistenza. Nella mezzadria, già prima della rivoluzione agricola, il contadino rilasciava al proprietario il 50% della produzione il che, grosso modo, detratte le anticipazioni, i prestiti, ecc., può far ipotizzare un plusprodotto aggirantesi intorno al 40-50% .

 18  Alla scarsa propensione dei nobili toscani agli investimenti di tipo industriale e alla stessa natura della mezzadria è fatto risalire il ritardo della Toscana nell'avvio dello sviluppo industriale. Si vedano G. MORI, L 'industrializzazione in Italia (1861-1900), Bologna, 1977, e R. ZANGHERI in JONES/WOOLF, Agricoltura e sviluppo economico, Torino, 1973.

 19  Non foss'altro che per questa ragione, la propensione dei nobili toscani ad accumulare beni culturali meriterebbe di essere meglio studiata dal punto di vista economico e sociale.

 20  Questa situazione fisica reale può in parte spiegare la presenza di illustri personaggi di origine contadina nelle arti figurative in Toscana mentre ve ne è una totale assenza nel campo della letteratura. Senza scomodare la fanciullezza di Giotto (peraltro avvolta nella leggenda) o quella di Leonardo da Vinci (di madre contadina ma allevato in casa del padre notaio), basterà qui ricordare due artisti chiantigiani: Domenico Beccafumi e Domenico Cresti da Passignano.

 21  Ricordiamo la definizione che dà del paesaggio agrario il SERENI (op. cit.). Egli indica il paesaggio agrario come quella forma che l'uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale. Vorremmo, in questa definizione, sottolineare il termine "coscientemente", aggiungendo che tale coscienza non può oggi esimersi dall'essere rivolta a fini collettivi e di equilibrio futuri, anziché a profitti individuali immediati.

 
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Ultimo aggiornamento 28/08/02- Pagine web a cura di Luca Robustelli
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