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"IL NOSTRO IMPEGNO PER LA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI CHIANTIGIANE" Sorry only
italian text Last update 28/08/02 Complementi a Veglie a Porcignano
16 . NOBILI CHIANTIGIANI I nobili chiantigiani sono, tra nobiltà grande e piccola,
ancor oggi molto numerosi e le loro origini aristocratiche variano nel
tempo; ne abbiamo scelti alcuni che ci sono parsi particolarmente
rappresentativi e di essi parleremo nelle pagine seguenti. Ma, poichè la
nobiltà chiantigiana è stata l'elemento determinante nel dare al Chianti
il suo volto attuale e poichè al Chianti si volge particolarmente il nostro
interesse, abbiamo ritenuto di tracciarne una brevissima storia, rimandando
ai testi specifici (1) coloro che ad essa fossero maggiormente interessati. I più
antichi proprietari del Chianti furono le grandi famiglie di investitura
feudale, alcune arrivate - pur con alterne fortune - fino ai nostri giorni,
come i conti Guidi e i baroni Firidolfi Ricasoli; altre scomparse, come i
Buondelmonti e gli Adimari (2). Le
continue lotte che queste famiglie ingaggiarono per prendere e man- tenere
il potere disseminarono il Chianti di castelli che, rappresentando i segnali
di limite sul territorio dell'una o dell'altra proprietà, ne furono anche i
punti di scontro più cruenti, benché neppure i borghi o i casolari isolati
venissero risparmiati dai continui attacchi e dalle scorrerie. Essere
proprietari di terre significò per i primi nobili chiantigiani essere
proprietari di anime e il possesso del suolo agrario in quanto tale, cioè
in quanto produttore di beni indispensabili alla vita, fu subordinato al
possesso totale. Per questi
motivi le proprietà feudali mancarono, dal punto di vista agricolo, di
organicità e si riferirono principalmente a zone di egemonia che erano in
continuazione acquistate, difese e perdute con lotte che coinvolgevano
alleanze e diramazioni parentali. Neppure
il placarsi dei conflitti tra feudatari, già manifesto fin dal 1100 per lo
spostamento del potere economico e politico verso le città, portò
giovamento al Chianti e anzi, per altri due secoli, i conflitti armati
assunsero dimensioni ancora maggiori. Questo territorio ebbe infatti il
pregio e il difetto insieme di trovarsi compreso tra Firenze e Siena,
oggetto di una lunga questione sanguinosa non solo tra i due comuni, ma tra
ogni alleato che questi si scelsero per sopraffarsi a vicenda; per non
parlare degli eccessi della partigianeria dei guelfi e dei ghibellini che
non contentandosi della vittoria, cercarono spesso di cancellare ogni
traccia fisica dell'odiato rivale (3). Molti
castelli andarono distrutti in questi secoli: rifioriranno poi in ville a
partire dal '400 (4) quando, al termine di significativi e pregnanti
avvenimenti, il Rinascimento fiorentino aprì anche al suolo agrario una
nuova forma di vita che sarebbe rimasta pressoché intatta per oltre quattro
secoli. Gli ex
servi della gleba, i piccolissimi proprietari che avevano alienato il
proprio fondo in favore delle Abazie alla ricerca di protezione, gli
abitanti dei borghi che stavano aprendo le proprie mura, i nati eccedenti di
un'esplosione demografica che abbisognava ora di maggiori risorse agricole
per mantenersi, tutti costoro divennero mezzadri e si sparsero sul
territorio come una nuova semina. A compiere il mutamento fu l'attenzione
che i borghesi cittadini, avendo terminato il loro inurbamento e raggiunto
un saldo potere economico, riportarono sulle campagne; si trattava di
un'attenzione molto diversa da quella feudale, che riconsiderava il suolo
agrario come tale e ad esso richiedeva non più il potere, ormai saldamente
afferrato nelle città, ma di volta in volta prestigio, status, se non
investimento sia pure immobilizzato (5). Il
feudalesimo aveva trovato il propio habitat nelle campagne, il mer- cante se
l'era al contrario costruito dentro le mura cittadine e a queste da ora in
poi dovranno fare forzatamente riferimento gli abitanti delle campagne;
pure, questo calo di importanza non ebbe un'immediata manifestazione
negativa, ma dilatò anzi gli spazi agrari con un diverso adagiamento sulle
piaghe del territorio, creando quella ruralità diffusa che lo stesso
carattere morfologico della regione toscana pareva richiedere. Se il Chianti
fino ad allora era stato castello, feudo, tributo, divenne ora grano e vino. I nuovi
proprietari sono i Bardi, gli Strozzi, i Capponi, i Frescobaldi, gli
Antinori, i Gherardini, i Rinuccini, i Bonacossi (6). Quasi tutti
all'origine borghesi arricchitisi con la mercatura e con il banco, ma che
arriveranno ad oggi con un titolo nobiliare, una storia familiare
prestigiosa, almeno uno o due personaggi di rilievo e qualche grande palazzo
ancora di loro proprietà in Firenze. La mappa
catastale del Chianti è adesso quasi completa e la situazione della rete di
proprietà molto più organica che nei secoli precedenti, ché questi nuovi
padroni non dovevano fronteggiarsi dalle alture, ma accaparrarsi i terreni
migliori e accorparli in fattorie, mentre i luoghi boscosi potevano caso mai
divenire fresche dimore estive. Così si
stabilizzò la mezzadria ed è chiaro che quei mezzadri, che sempre più
numerosi si frapposero tra i proprietari e i loro vigneti, ebbero anch'essi,
lontanissime origini e discendenze familiari legate al territorio, come i
loro aristocratici padroni, con la differenza, questo sì, che mentre per
questi ogni atto fu volontario e decisionale, per i mezzadri fu sempre
obbligato, essendo loro negata ogni autonomia di azione da un legame con la
terra che li rendeva, peraltro, troppo simili ai loro predecessori servi
della gleba. Sono
condizioni economiche e sociali che hanno attraversato molti secoli e, con
pochi mutamenti, anche l'Ottocento e la prima metà del Novecento, grazie in
ultimo al puntellamento operato dal fascismo che ha permesso ai nobili
chiantigiani di svolgere ancora, anacronisticamente, un ruolo fondiario di
cui non erano più capaci. Fu così
che il tramonto della grande proprietà nobiliare arrivò nel Chianti tra
gli anni Cinquanta e Sessanta come un' ondata improvvisa, imprevista dai
proprietari perche impreviste o sottovalutate ne furono le cause, che pure
erano da individuarsi sì in avvenimenti recenti, ma anche in situazioni
lontane nel tempo. Per dar
motivo di questo fenomeno che si risolse in un comportamento uniforme sia da
parte dei mezzadri che da parte dei proprietari, l'uno e l'altro versante
del rapporto mezzadrile, abbiamo ricercato i fatti attraverso gli uomini, in
questo caso alcuni dei grandi proprietari direttamente coinvolti in queste
vicende. È stata perciò privilegiata, cercando in questo la maggiore
consonanza possibile con le pagine delle veglie, l'indagine diretta che
potesse rendere idea, sia pure parziale come avviene in ogni campionatura,
del modo in cui i proprietari reagirono alla situazione critica del
dopoguerra; la cortesia di alcuni fra i più bei nomi dell'aristocrazia
fiorentina ci ha permesso di confrontare i nostri e i loro giudizi e di
evidenziarne gli aspetti umani. L'ingegner
Ginori Conti, erede della nobile dinastia fiorentina che ha legato agli
impianti di Larderello il proprio nome, giustamente declina di poter essere
annoverato tra l'aristocrazia chiantigiana per il troppo rapido passaggio
che, come proprietario, ha effettuato su queste terre; ma forse proprio in
ciò il suo caso è emblematico dell'imprevidenza che la classe padronale
ebbe a dimostrare al momento della rottura. I Ginori
Conti infatti avevano piuttosto volto la loro attività verso un'im
prenditoria che per i tempi e nel quadro della nobiltà fiorentina era quasi
anomala, non dimostrando interesse per la terra fin quando, nel 1938, Piero
Ginori acquistò la villa-fattoria di Pian d' Albola in Radda in Chianti. Ma
se l'acquisto fu (come ci viene detto) estraneo a considerazioni di
prestigio (e la villa nel suo specifico storico e architettonico così come
il Chianti in sé molto ne offrivano) e fu motivato unicamente da
considerazioni economiche nell'investimento della liquidità derivante
dall'esproprio di Larderello, dobbiamo oggi dedurre che l'investimento non
fu lungimirante e che le allora già evidenti crepe della conduzione a
mezzadria furono troppo affrettatamente date per sepolte sotto il
"maquillage" fascista. In effetti la conservazione della proprietà
sarebbe stata possibile se la situazione politica, e di conseguenza sociale
ed economica, non avesse subito decisive alterazioni; il brusco mutamento
del dopoguerra inficiò invece questa possibilità portando, in un periodo
successivo, alla liquidazione di Pian d'Albola e riducendo così a memoria
di un rapido passaggio l'insediamento chiantigiano. L'ingegner
Ginori Conti, che ha un approccio umano molto diretto e preferisce
presentarsi come imprenditore industriale piuttosto che come aristocratico,
ci fornisce al riguardo le sue considerazioni; appuntando l'attenzione sugli
anni Cinquanta egli ritiene che fu il processo di industrializzazione a
determinare la rottura, ma non solo per gli immediati effetti economici,
quanto per l'induzione di tutta una serie di motivi sociali che affrettarono
la "fuga" dei mezzadri; ciò di poi si riflesse, con tempi e modi
diversi, sui proprietari che dovettero rivedere il loro tipo di gestione. In
questo quadro si situa anche la vendita di Pian d' Albola da lui decisa dopo
che i mezzadri se ne erano andati perche non era più conveniente tenere
l'azienda in conto diretto; ma in questo suo "svendere" e nel
deteriorarsi in genere di tali forme di proprietà l'ingegnere non riconosce
tanto un fatto traumatico, quanto il naturale evolversi di una civiltà che
da contadina si andava facendo industriale. Le sue indicazioni tornano
dunque a privilegiare i mutamenti sociali e da esse traspare una conoscenza
del mondo mezzadrile forse più approfondita di quanto gli aristocratici
"stanziali" possano vantare; una frase in questo senso ci ha
particolarmente colpiti, anche perché, oltre il dato sociologico immediato,
riporta in luce proprio il fattore economico che era stato marginalizzato:
«In quegli anni le ragazze cominciarono a mostrare disinteresse per chi
sapeva di stalla» (7). Il
particolare non è forse di quelli che la storia ufficiale possa prendere in
considerazione, ma è sicuramente, nella sua molteplicità di significati,
in grado di dar corpo al profondo disagio che si manifestò nelle campagne
quando i nuovi modelli di comportamento legati all'industrializzazione del
paese presero a diffondersi. Furono infatti i
contadini a decretare la fine del dominio aristocratico nel Chianti con
l'esodo massiccio che, in una decina di anni, spopolò i poderi e disperse
l'intera rete organizzativa che il rapporto di mezzadria offriva in tutt'uno
con la lavorazione della terra, costringendo i proprietari a fare conti ben
diversi da quelli del saldo di Fattoria. Su questo
dato esce la pregnanza dell'annotazione; quelle giovani che rifiutavano un
partito fino ad allora dei più appetibili nell'ambito della campagna, non
solo inducevano un meccanismo sociale di mutamento, ma fisicamente
alienavano le ville e le fattorie di sé stesse come manodopera a basso
prezzo se non addirittura gratuita. Non ci
furono più «ragazzotte ben liete di andare a fare lavori in villa» (8),
ne ci furono più "opre" da registrare a credito dei contadini,
quelle opere che consentivano di soddisfare le molteplici esigenze di
manutenzione delle grandi tenute padronali senza alcuno sborso di denaro. La
manovalanza gratuita o semigratuita su cui era stata costruita tanta parte
delle fortune chiantigiane dell'aristocrazia fiorentina venne a mancare in
modo repentino, ma pur sempre alla fine di un processo di saturazione che
risaliva molto addietro nel tempo. Se i contadini infatti decisero di
abbandonare i poderi non fu solo per quei motivi sociali che facevano della
città la terra promessa e offrivano lucenti cucine in fòrmica al posto dei
solidi tavoli di castagno (9) ma anche per sfuggire a condizioni economiche
ed umane che avevano di gran lunga superato il limite consentito dal periodo
storico in cui l'intera nazione, e non più solo la Toscana o il Chianti,
stava vivendo. Questo il
principale motivo (eppure prevedibile !) che scosse proprietà di dimensioni
e prestigio davvero considerevoli e che va collocato in una situazione di
classe mai pienamente compresa dai pur illustri proprietari. Non
intendiamo drammatizzare la situazione del mezzadro, che anzi lo stesso
Marcello Vanni riporta in luce la positività dei valori che sono stati
elaborati, nell'arco di secoli, all'interno di una condizione sociale
fortemente tipicizzata anche per l'area di appartenenza storico-geografica
in cui si è svolta; ma è d'altronde necessario riaffermare come
l'inadeguatezza dei proprietari chiantigiani nell'affrontare il complesso
nodo umano che era alla base dei rapporti di mezzadria (quella stessa
inadeguatezza letteraria di cui si dice nelle pagine introduttive) si sia
poi risolta in una incapacità di previsione politico-economica lesiva dei
loro stessi interessi. L 'esodo
dei mezzadri sarebbe sicuramente avvenuto anche a fronte di un diverso
comportamento padronale, perché il nuovo sviluppo economico, visto anche in
dimensione extranazionale, lo imponeva; ma avrebbe potuto svolgersi in
termini meno tumultuosi e infinitamente meno dannosi per i suoi
protagonisti, sia nello sradicamento dalle origini sia nelle forme del
successivo insediamento. Pensiamo all'espressione usata, a proposito
dell'esodo, dal conte Neri Capponi, un altro degli interlocutori che,
diretti protagonisti della "débàcle" della propria classe, ci
hanno consentito di trasformare in individualità concrete concetti
solitamente attribuiti a categorie sociali astrattamente codificate. Cercando
nella memoria il momento più intenso di quella emorragia di mezzadri che
anche la sua vasta tenuta di Calcinaia subì a partire dal '60, il Neri
Capponi ricorda: «Ci fu la grandine, nel '63 mi pare, e subito arrivarono
decine di disdette» [da parte dei mezzadri, N.D.A.]. Parrebbe il suo, pur
nell'onestà della ricostruzione di avvenimenti passati, un tentativo
inconscio di fatalizzare un dato sociale riportandone le cause, quasi
fisicamente, all'ordine naturale e alleggerendo così le gravi responsabilità
padronali; certo è che, nella concretezza che ha assunto il ricordo, noi
individuiamo la rottura come esplosione di una scelta già da tempo pensata
ma non preordinata, e se la grandine ci fu, significò per il contadino
l'atto di coraggio necessario per interrompere un uso di vita spesso
secolare. Anche il
conte Neri Capponi d'altronde subì di riflesso i danni della grandine
divenendo un'ottima "campionatura" per uno studio sulla decadenza
della proprietà nobiliare. Famiglia
di antiche origini i Capponi fanno già parte, nel XIII secolo, di quella
borghesia fiorentina emergente che dalla mercatura e dal banco trarrà prima
la propria ricchezza e poi la propria nobiltà nonché in genere, nello
scorrere dei secoli, almeno un fulgido esempio di doti civiche e
patriottiche, ma anche una "pecora nera" per lo più sottaciuta.
II loro interesse per le terre del Chianti non fu dunque un fatto episodico
ma un atteggiamento di classe di cui furono compartecipi; così dal 1400 al
1900 essi sono presenti in numerose ville e castelli, particolarmente nella
zona di Barberino VaI D'Elsa e Greve; ricordiamo La Paneretta, Linari,
Petrognano, Calcinaia e Uzzano. Non
dimenticando che le frequenti diramazioni parentali spesso inficiavano la
continuità della proprietà, come d'altronde potevano essere causa di nuovi
insediamenti, possiamo affermare che il processo di accumulazione fondiaria,
particolarmente attivo nel 1400 e 1500, si mantenne costante fino al 1800
quando iniziò a profilarsene il declino.
La rivisitazione storica che il conte Neri Capponi compie a questo
proposito è ampia, accurata ed anche amata, giacché egli può passare da
tematiche generali a conoscenze che sono il più delle volte familiari; la
villa-fattoria di Calcinaia è il punto di ricongiungimento della
conversazione, trattandosi dell'unica proprietà mantenuta fino ad oggi ed
anche di una fra le più antiche essendo stata acquistata nel 1523. La decadenza economica della
famiglia (lO) è, come si è detto, ripercorribile per oltre cento anni
addietro e se non ci può essere un piacere oggettivo nel ricordare le
fallite speculazioni edilizie del bisnonno, le piacevoli sregolatezze
dell'avo che, sposata la figlia ad un banchiere svizzero, ne mangiò
letteralmente la dote, o gli approfittamenti dei fattori, come infine una
diffusa incapacità di operazioni commerciali, c'è però certamente un
piacere soggettivo per il nostro interlocutore nel ricondurre la propria
situazione attuale a precedenti dissesti. Ne consegue infatti che la
vendita, effettuata negli anni Sessanta, di tutte le terre che ancora
possedevano al di là della Greve, circa 25 poderi, con il restringimento di
Calcinaia alle attuali dimensioni, è sì l'ultimo atto di una dinastia, ma
anche una scelta imprenditoriale, una decisione personale di riordino della
proprietà su diversi criteri aziendali. Tutta
questa situazione viene oggi vissuta dal conte Neri Capponi come un ritorno
"alla mercatura" che, dopo aver segnato lo slancio vitale delle
origini, era stata rinnegata dalla famiglia prima per un malinteso senso
della nobiltà e in seguito per il prevalere dell'aspetto fondiario sulle
altre attività economiche. A questo proposito la riflessione del conte è
precisa: «La mentalità statica contadina si riflette sul contadino quanto
sul proprietario, li arterosclerotizza impedendo una capacità di
adattamento e un gusto per la mercatura; solo l'industrializzazione in
campagna rende meno contadini nella mentalità». La
drastica ridefinizione della proprietà viene così a configurarsi
positivamente a livello personale, pur restando, oltre ogni dubbio, declino
politico ed economico; mentre il conte Neri Capponi rivela l'entusiasmo del
"do it yourself" che in un'azienda di dimensioni umane ritrova I'importanza
del proprio impegno, quasi una quantificazione di se stesso, la
ricostruzione storica ci dice che quando negli anni '60 i Neri Capponi
modificarono la proprietà lo fecero sotto la spinta di una situazione
complessiva che non erano più in grado di dirigere a proprio favore, per
cui da una secolare imposizione di potere dovettero scendere ad una gestione
economica aziendale. Vogliamo
a questo proposito porre in risalto l'incidenza dell'elemento personale che
contraddistinse, all'interno di un comportamento di cui si possono oggi dare
interpretazioni omogenee di classe, i singoli atteggiamenti degli ultimi
eredi delle grandi famiglie. Se
infatti, di fronte ai vecchi ordinamenti politici che avevano
istituzionalizzato il potere dell'aristocrazia la capacità o l'incapacità
personale avevano un peso molto relativo, nel nuovo assetto del dopoguerra
la cappa protettiva della famiglia si andò dissolvendo nella complessità
della diversa espansione economica. I giovani uomini, che all'epoca erano
appena usciti o stavano uscendo dalla tutela paterna e che erano perciò
particolarmente stimolati a percorrere gestioni economiche proprie, poterono
sì più facilmente rientrare in possesso di sé come individui ma anche con
maggior facilità si evidenziarono le imprevidenze, le incompetenze o anche
solo il disinteresse là dove contemporaneamente fu più difficile affermare
il loro contrario. Si
trovarono quasi di fronte, generazione nuova di chi aveva sempre comandato e
generazione nuova di chi aveva sempre subito, e negli spazi aperti del
processo economico che, ancora fluido, doveva rifare i propri argini ognuno
dovette collocare se stesso e il proprio futuro. Elemento comune ad entrambi fu la
localizzazione cittadina che riassumeva tutti i nuovi valori. Per il
mezzadro ciò si tradusse in uno spostamento fisico reale, a volte filtrato
attraverso passaggi successivi da un podere più lontano, e spesso più
povero, ad uno più vicino alla città, quasi alla ricerca di un
frangiflutto che attutisse una definitiva scelta di vita; per il
proprietario invece tale localizzazione non fu vissuta fisicamente, ché da
sempre i nobili fiorentini dividevano equamente il loro anno solare tra città
e campagna, ma rese obbigatoria I'individuazione del centro di potere, e non
fu certo la terra. Tuttavia, mentre per il mezzadro la scelta della città
fu ancora tempestiva, per il padrone non più; egli aveva ormai travalicato
i tempi e ciò gli fu grandemente nocivo, le vendite divennero fallimenti,
più o meno dichiarati, e per cifre a volte irrisorie si alienarono secoli
di supremazia. Così, di contro ad alcuni di quei giovani uomini di allora
che realizzarono se stessi rafforzando l'immagine della propria famiglia,
molti altri persero più del consentito, probabilmente la stima di sé. Abbiamo
precedentemente visto come la parabola storica dei Capponi si conclude, o
forse riparte, con una mercatura insolita nella tradizione di famiglia,
quella del vino; profondamente significativa è invece questa mercatura per
la dinastia dei Ricasoli, i più antichi proprietari di queste terre, uno
dei tre rami, e l'unico arrivato ad oggi, in cui si divisero i Firidolfi
agli inizi dell'anno 1000. Fu
proprio il Barone Bettino, l'"anima nera" del capitolo precedente,
a teorizzare, come è ormai ben noto, la formula del vino Chianti classico,
dandone il via alla commercializzazione nonostante lo scarso entusiasmo
dimostrato dai fiorentini, «gente maligna, superba e da poco.... la paura
della frode... e la spilorceria riduce i fiorentini stupidi e di ogni rango
a non bevere più il vino» (11). Oggi il
vino rosso di Brolio ha nome nel mondo ma il Barone Bettino Ricasoli che,
con estrema cortesia, ci riceve nel suo bell'ufficio fiorentino, non ha
certamente preteso di piegare la vita e gli uomini alle sue opinioni;
d'altronde non è più tempo di pulsazioni romantiche e di grandi avvenire e
se per il suo illustre antenato si aveva da fare l'Italia grande, egli ha
potuto tutt'al più ambire di essere grande in un'Italia (già fatta);
proponimento tutt'altro che trascurabile già in sé e che inoltre avrebbe
cozzato nella dissestata situazione finanziaria lasciatagli in eredità dal
padre Luigi; cambiando i tempi infatti, quelli che per l'avo più illustre
della storia familiare furono errori in campo economico, ma recanti pur
sempre l'impronta delle grandi imprese, per Luigi Ricasoli non si poté
parlare altro che di speculazioni fallite. Fu così
che le vaste tenute dei Ricasoli, Cacchiano, Meleto, San Polo in Rosso,
furono progressivamente svendute a partire dagli anni '50 e nel 1960 anche
Brolio divenne un'azienda con salariati, mentre l'impresa vinicola fu poi
incautamente incorporata in una società americana. I giudizi
del Barone su questo particolare periodo sono di poca coloritura ma
essenziali: la mezzadria era comunque un'ottima forma di rapporto di lavoro
per la cointeressenza del lavoratore all'impresa e se non ci fossero state
le prese di posizione politiche avrebbe potuto mantenersi pur con alcune
varianti; certamente anche l'isolamento e le nuove necessità dei giovani
hanno contribuito alla fine di questo tipo di conduzione ma non parevano un
ostacolo insormontabile; il colpo più duro fu probabilmente dato dalla
meccanizzazione che, riducendo la parte di lavoro spettante al contadino e
non avendo egli capitali da immettere in contropartita, inficiò il concetto
di cointeressenza. Perché
allora la decadenza? La risposta è elusiva: un cambiamento, una scelta, un
adattamento al mutare dei tempi, forse non proprio decadenza ma un
ridimensionamento su diverse basi imprenditoriali. In effetti è
probabilmente a noi che spiace parlare di decadenza di fronte a questo
aristocratico gentilissimo che pare assolvere, pur disamorato, a doveri
inalienabili di rappresentanza, perché se dietro l'azienda vinicola ci sono
i capitali di una finanziaria, sulle etichette è ancora il nome Ricasoli
che fa vendita. Ma il
Barone anche su questo punto non ha cedimenti e non approva la nostra
ipotesi che i vini chiantigiani sfruttino la propria immagine di antica
nobiltà, ponendosi sul mercato quasi come valori culturali, «perché nel
vino», egli afferma al di là di ogni mitizzazione, «conta soprattutto la
qualità». Due
grandi famiglie che, con diverse cadenze, sono rientrate in ranghi ben più
ristretti di quelli a cui erano use e, se lo smottamento può risalire o
meno dell'800, il crollo ha sempre la stessa data. Gli
investimenti sbagliati, le incapacità personali, più genericamente il non
inserimento nei settori produttivi di nuova formazione e che avrebbero
rappresentato il potere di lì a poco, tutti questi elementi scivolano
insieme nel '900, momentaneamente arginati dal fascismo, ma poi di nuovo in
piena corsa fino alla clamorosa 'impasse' del dopoguerra. È in
questi anni che si ricongiungono una serie di fattori politici, sociali ed
economici che alla proprietà nobiliare terriera chiedono di saldare il
proprio conto; i mezzadri hanno partecipato in prima persona alla guerra e
spesso alla Resistenza perdendovi gran parte della tradizionale soggezione
verso il padrone, i partiti politici di opposizione hanno preso vigore nel
definire le rivendicazioni della classe lavoratrice, l'organizzazione
industriale e produttiva, dentro le più vaste possibilità offerte dalla
ricostruzione e dai legami internazionali, definisce i nuovi modelli di
vita; non intendiamo qui render conto del positivo e del negativo dei fatti
menzionati, ci basta registrare che chi possedeva terre a mezzadria dovette
in genere subirne l'impatto. E fu come
nella favola di Andersen, «i vestiti nuovi dell'imperatore», allorché
bastò che una voce di bimbo gridasse «il re è nudo» perché tutti
osassero fare altrettanto («-Non ha proprio niente addosso - urlò infine
tutta la gente. E l'imperatore si sentì rabbrividire perche era sicuro che
avevano ragione; ma pensò - Ormai devo guidare questo corteo fino alla fine
- e si drizzò ancora più fiero e i ciambellani camminarono reggendo la
coda che non c'era per niente» ). Se fino ad allora, sia pure in un ambito
limitato spesso alla propria area geografica di appartenenza, i nobili
chiantigiani avevano detenuto quote di potere tali da far apparire
subalterno il loro ruolo di proprietari terrieri, adesso, avendo fine lo
spazio politico-economico della loro consorteria conservatrice, apparvero
per quel che erano; grossi "rentier" che dovevano alla terra e ai
contadini molto più di quel che apparisse. E, contradditoriamente, proprio
nel momento in cui emerge la loro reale identità sono costretti a svendere;
quel "signor padrone" che pareva trarre altrove le proprie
agiatezze e che al contadino era apparso come un mitico depositario di ogni
potere decadde nel momento stesso in cui il contadino decise, per la prima
volta dagli oltre cinque secoli in cui era nato come mezzadro, di andarsene.
Da questa situazione non mancarono di trarre guadagno i fattori che,
diversamente dai ciambellani della fiaba, ormai da lungo tempo svolgevano un
ruolo sempre più teso al proprio "benessere", approfittando
egregiamente della contemporanea debolezza delle due parti. E chissà che
non esemplifichino più di tante nostre ipotesi le colorite
"riflessioni " che un anonimo toscano - tale vuoI rimanere - ci ha
fornito come sua spiegazione della fine della grande proprietà nobiliare
chiantigiana: «In questo bel Chianti chiantoso ed ombroso i nobili ci
stavano proprio bene; oh sì, come era bello stare sempre e per tutto
all'aperto, in sul finire della stagione, e sciacquarsi al torrente senza
dover ricorrere a quei lucidi bidé di ottone e porcellana che nei gelidi
cessi delle loro magnatizie dimore fiorentine gli ghiacciavano le chiappe
nella triste stagione invernale. Lì invece tutto era naturale e sapeva di
buono, come le poppe delle contadine che del Ricasoli si dice e si parla ora
che è morto e sotterrato, ma degli altri non si dice e lo si sa. Oè, chi
glielo faceva fare, se non erano di quelli esaltati, di svendere tutte
quelle zolle, carrettate erano, e quelle ville con i ghirigori del '400 e
del '700 e qualcuna perfino che risaliva anche prima dell'anno mille. Certo
che nessuno avrebbe mai detto - Oh Tonio, sor fattore, che le voi te tutte
queste cosucce ? - e allora? Allora è che ci furono costretti, sennò vuoI
dire che non se ne capisce più niente e il mondo va tutto alla rovescia». Nella
nostra breve rivisitazione dei fatti attraverso gli uomini siamo arrivati
anche ad un aristocratico che nel Chianti non ha visto delinearsi alcuna
decadenza, anzi al Chianti ha portato la propria dinastia attraverso un
atteggiamento imprenditoriale che legò alla commercializzazione del vino,
prima che alla proprietà fondiaria, le proprie fortune, immettendosi con
larga anticipazione nel nuovo circuito economico. Il
marchese Niccolò Antinori è sicuramente un personaggio che non ha
rinunciato a servirsi di tutto ciò che lo distingue come aristocratico e I'incontro
che chiediamo di avere con lui è filtrato attraverso una serie di passaggi
formali che ne privilegiano l'immagine. Ma poi il
parlare è facile e si scopre che gli occhi di un vecchio signore di
ottantacinque anni possono brillare come quelli di un ragazzo, mentre ci si
adagia con piacere nella magnificenza di Palazzo Antinori e ci vien detto,
con un guizzo di irridenza così toscana che ci pare quasi cara, il perché
e il come si svolga questo ruolo di nobile, quasi necessario da
rappresentare specialmente con i clienti anglosassoni. Si viene dunque a
conoscere la storia di chi, con una punta di civetteria, ama definirsi
"vecchio vinattiere", una storia tutta snodata attorno alle sue
capacità imprenditoriali, capacità che invece di mortificare il suo essere
aristocratico ne hanno esaltato la significanza. L
'azienda vinicola Antinori ha infatti legato la propria immagine a quella di
un vino nobile, sia nel suo contenuto che nelle sue etichette; è un gioco
di mercato che in altri casi ha fatto fiorire la nobiltà laddove se ne
poteva tracciare il declino, perche i castelli, le ville, gli stemmi che
accompagnano il Chianti, questo liquido pezzo di storia e di antiquariato
che si ricrea ogni anno, oggi nascondono più plebee società azionarie e i
nomi sono solo "etichette" sulle etichette. Ma non è il caso
degli Antinori, anche se la denominazione dei loro vini è appunto passata
dal termine Cantine a Fattorie (con il relativo acquisto di S. Cristina e
Tignanello) e poi a Marchesi tout-court in omaggio a motivi psicologici che
il marchese ha sempre tenuto in gran conto nella commercializzazione,
soprattutto verso i paesi di lingua inglese dove quel "fattorie"
era troppo simile a "factories" (fabbriche). Non è il
caso degli Antinori, non solo perche l'etichetta risponde al reale, ma anche
perche il meraviglioso mantenimento del Palazzo Antinori, da Niccolò
previdentemente riacquistato nel 1955, la Cantinetta di degustazione
inaugurata poco dopo all'interno del palazzo, lo stesso personale tipo di
rapporto "aristocratico" che il Marchese offre ai suoi clienti,
non sono soltanto pezzi di un mosaico d'impresa commerciale, ma anche
capacità e volontà di conservazione di antichi valori storici dentro la
realtà attuale (12). Niccolò
Antinori ci parla con enfasi della mezzadria, la ricorda nel suo essere
mirabile tessitrice di paesaggi e di carattere; egli sostiene infatti che
oltre al mantenimento dei terreni collinari, altrimenti incoltivabili, essa
ha avuto un alto valore formativo per il contadino toscano dandogli una
civiltà tutta sua, ed ha contemporaneamente, in uno scambio reciproco,
aggiunto alla nobiltà fiorentina un tocco di classe che è difficile
riscontrare in altre aristocrazie; tutto ciò grazie al rapporto esistente
tra proprietario e contadino, sia diretto sia filtrato dai figli nell'uso
delle vacanze in campagna, rapporto di amicizia e di fiducia spesso sciupato
dalle figure di intermediazione, quali il fattore e i guardia, d'altronde
necessarie. Su questi
motivi l'Antinori rafforza la convinzione che la mezzadria poteva ancora
esistere se i partiti politici non avessero istigato all'odio di classe, e
che l'amore per la terra e la libera contrattazione l'avrebbero salvata o
quanto meno avrebbero lasciato che si estinguesse da sola se così doveva
essere. Replicare
su quanto di utilitarismo personale ci fosse nel declamato amore padronale
per la terra o su quale libertà di contrattazione potesse avere il mezzadro
sarebbe facile; ma nelle parole dell'Antinori la compenetrazione tra
l'imprenditore d'assalto e l'aristocratico di campagna è tale che quella
discordanza tra l'elogio della mezzadria e di un suo mitico mantenimento e
il lieve corruccio che ancor oggi gli provoca il ricordo dello sborso reso
necessario dieci anni fa per mandar via dal podere l'ultimo mezzadro,
sostituendolo con macchine e paletti di cemento, non dà quasi trasalimenti. Lo
spirito con cui questo anziano aristocratico riesce a conciliare in sé
diverse personalità è così pienamente e sobriamente toscano che a noi
toscani, riconoscendolo, vien da credere che sia davvero avvenuto un
reciproco scambio tra proprietari e mezzadri durante il lungo cammino che
insieme hanno percorso. Quest'ultimo
colloquio ha riportato in luce un elemento di cui avevamo fin qui taciuto:
l'incidenza di un mito, quello mezzadrile, su fatti economici e sociali di
pur vasta portata; è ben emersa nelle parole dell'Antinori, e noi l'abbiamo
accettata appunto come parte di una realtà in cui varie verità possono
convivere, l'attenzione affettuosa a quel che di mirabile era nella
mezzadria; e soprattutto mirabile fu il passaggio, risultanza visiva
tuttavia non solo estetica ma intrinsecamente carica di valori, su cui
centinaia di voci si sono già levate; e anche mirabile fu la creazione,
durante i lunghi secoli in cui la mezzadria manteneva in continua
ridefinizione sé stessa e le proprie forme, di una realtà antropologica
specifica, diversamente da manifestazioni, comportamenti e situazioni che si
sono più velocemente rarefatte e trasformate nel tempo. Di tutto ciò si è
composto il mito e non è semplice darne definizione; se infatti
nell'analisi storica o politica noi possiamo e dobbiamo scindere una realtà
complessa, nella fruizione di un fenomeno la scissione non esiste e il
fenomeno arriva ai nostri terminali sensoriali nella sua complessità. In
questa complessità rientrano con prepotenza gli elementi estetici che erano
stati estrapolati dal contesto per compiere una rilevazione scientifica; così
se le case coloniche, ad esempio, sparse sul territorio con intelligenza
incontestabile, erano state pensate per rispondere a requisiti tecnici (non
etici) congeniali ai criteri economici della loro epoca e della classe
dominante, esse sono oggi riviste e assunte in un godimento che, pur
inglobandoli, supera e sublima gli stessi elementi tecnici. In ogni caso, al
di là dei perché del mito, ci sembra opportuno ricordare la necessità di
riconoscere le tracce che, come un fossile, la mezzadria ha lasciato di sé
nel paesaggio e negli uomini, senza per questo darne un giudizio di valore. Di
quanto noi ci siamo allontanati dallo specifico di questa indagine (ma solo
in parte dato che la nobiltà gronda mito e vieppiù se decaduta)
soffermandoci sul fascino che la mezzadria riesce a trasmettere ancora oggi,
di tanto c'é chi ci riporta dentro a rapporti economici reali ed attuali,
sezionando questa stessa mezzadria e scomponendola in ogni suo movimento
come si fa nella catena di montaggio per effettuare il calcolo dei tempi e
della produttività. Il
commendator Remo Ciampi chiude questo nostro breve giro di collo- qui
rappresentando da solo, sia nella qualità che nella quantità, la nuova
proprietà chiantigiana. È sufficiente sfogliare una qualsiasi delle
innumerevoli guide ai castelli e alle ville del Chianti per notare la
ricorrenza del suo nome come proprietario o presidente di società in
sostituzione di eccellenti blasoni, a partire dai Ricasoli. Anche il
commendator Ciampi era comunque partito da un fattore emotivo, il ritornare,
lui fiorentino che per tanti anni aveva svolto la propria vita e la propria
attività a Milano, nelle campagne toscane, ma qui approdato, il mito della
mezzadria è stato ben presto sopraffatto dal mito dell'efficienza e quello
che doveva essere un privatissimo rientro si è trasformato in una pubblica
attività. Ne fu
causa probabilmente quella sua necessità, riscontrata anche nel corso della
nostra conversazione (che ha avuto rispetto alle precedenti un taglio meno
evocante ma indubbiamente più contabile), di trasformare tutto in precisi
calcoli di redditività; calcoli che coinvolsero lui stesso e i mezzadri
incorporati nei poderi fin dall'acquisto del suo primo "pezzo" di
Chianti, la villa della Pesanella, acquisto che fu trattato con un'agenzia,
su di un catalogo fotografico, quando tutti svendevano, e deciso nel 1960,
"senza grandi possibilità", come ci vien detto. Che i
mezzadri fossero in condizioni di vita inaccettabili fu subito evidente al
commendatore, ma più per i soliti, automatici, calcoli di raffronto tra
redditi che per sensibilità sociologica; di conseguenza offrì ai suoi
mezzadri di diventare operai salariati. Il cambiar di ruolo nel rapporto di
lavoro non è stato sufficiente a cancellare il vizio di origine, che è poi
la mezzadria, e che, per Remo Ciampi, si sintetizza principalmente in quella
libera ed arbitraria utilizzazione del tempo che ai mezzadri non venne mai
contestata. Questo mancato "controllo dei tempi" si riflette sugli
operai chiantigiani di oggi e «mentre gli operai dell'Emilia sono rossi
come il vino e quando c'è da scioperare scioperano, ma quando c'è da
lavorare mettono la quarta, gli operai chiantigiani lavorano in prima» (13)
(ridotta, viene da pensare a noi, nelle colline più ripide). Non è
poi così entusiasta del suo ambiente d'origine il nostro interlocutore,
forse perché le tracce che la mezzadria ha lasciato sono ancora
storicamente troppo fresche per potervi trapiantare un altrettanto fresco
spirito d'impresa d'oltre Appennino o forse perché il numero delle
iniziative prese e di quelle progettate è così rilevante e la redditività
così incerta (o certa ma in passivo) che, egli afferma, tornerebbe
volentieri indietro nel tempo a godersi un vero rientro privato. Ma non
crediamo sarebbe mai possibile, per quel tanto che lo abbiamo conosciuto. A quale
definizione siamo dunque arrivati per un Chianti che dia atto della
decadenza dei suoi nobili proprietari e della scomparsa dei suoi mezzadri? Un Chianti
d'assalto forse? il nostro ultimo colloquio e i vigneti superpecializzati e
sistemati ad uso di ogni possibile meccanizzazione da adottare in qualsiasi
governo di cui la vite abbisogni ce lo confermerebbero, e fanno mostra di sé
davanti a splendide ville nate per godere degli ozi della terra; ma sono ozi
di cui oggi neppure la classe dominante può godere, che anch'essa ha da
rientrare nelle innumerevoli disposizioni che, sotto le sigle più svariate,
controllano (senza per questo alimentarla come si dovrebbe) l'agricoltura.
Ma potrebbe anche essere il Chianti delle numerose piccole proprietà
contadine che riunite o non in cooperative, offrono vino DOC e prodotti di
fattoria su genuini cartelli scritti a mano. Oppure il Chianti della
borghesia cittadina che non può permettersi troppo grandi tenute e gestisce
in proprio con ogni cura poderi ben restaurati e rivitalizzati. O quello
degli stranieri, i primi ad acquistare le terre e le case che i grandi
proprietari svendevano, i primi a dar nutrimento ai residences colonici e i
primi a riconoscere a questa terra i suoi valori storici e naturali (14). O
infine il Chianti della decadenza, quello che siamo andati cercando e che
ammicca da ogni villa, da ogni rifoltir di cipressi, da ogni podere
abbandonato. Probabilmente
è proprio a questo sfaccettato uso di sé che si può ricondurre il
decadere del Chianti come grande proprietà fondiaria, un uso che non potrà
più essere quello monolitico dei tempi del Barone Ricasoli, Barone di Ferro
asprigno come le terre che si scelse a dimora. E proprio a Brolio abbiamo
trovato chi, con una sola frase, ha dato una corposa immagine della fine
della grande proprietà nobiliare; è il guardiano (unico dipendente rimasto
a svolgere qualsiasi mansione, compreso il custodire e rivelare, senza
troppi pudori, le grandezze e le miserie di una dinastia) che, sugli spalti
del castello, di fronte ad una Toscana azzurrina che andava oltre Siena,
quasi fino all'immaginazione del mare, ci ha detto dei nobili che un tempo
possedevano tutto: «ora non hanno più nemmeno un metro di terra per
seppellirsi» Si può
osservare che vi sono nobili - e in queste note ne abbiamo incontrati alcuni
- che hanno conservato una parte notevole delle terre avìte; ma a ben
guardare si tratta di personaggi che sono trasmigrati nella nuova borghesia
con un processo, per così dire, inverso a quello che, nel Rinascimento,
aveva condotto i mercanti ad acquisire i titoli e i comportamenti dei nobili
(15). La nobiltà
come classe è invece completamente decaduta e ha perduto la distinzione e
il prestigio, ormai ridotti a forme e simboli; condizione questa che non ha
nulla in comune con quella del nobile decaduto, figura del passato che
traeva dall'aristocrazia dominante il proprio riconoscimento e il
mantenimento anche fisico. In altri
paesi la decadenza della nobiltà ha avuto origini, svolgimenti e conclusioni in tempi più lontani,
mentre da noi il processo è stato relativamente recente. Ma anche qui si
tratta di un processo socio-economico irreversibile e di questo sembra si
siano pienamente resi conto i nobili con i quali abbiamo parlato, anche se
in essi vi è, pur in maniera assai diseguale, una grande nostalgia del
passato; e poiche la decadenza viene correlata alla crisi della mezzadria,
si sostiene che non c'era motivo che la mezzadria finisse e che se ciò è
avvenuto è stato solo per la demagogia delle forze politiche. Lontano
da loro l'idea che il tramonto della mezzadria è un aspetto, talvolta una
conseguenza, della trasformazione, nel bene e nel male, dell'economia e
della società e soprattutto una conseguenza dell'emergere dal secolare
stato di soggezione dei mezzadri, fatto peraltro che nemmeno le forze
politiche di sinistra compresero e valutarono appieno. Tutto ciò
non deve far dimenticare quanto il vecchio mondo mezzadrile ha lasciato in
eredità; non vi è dubbio infatti che le strutture produttive mezzadrili
erano pienamente integrate con l'ambiente naturale (16) e dunque capaci di
produrre opere d'arte collettive (il paesaggio) e singole (ville, fattorie,
case coloniche) in perfetta armonia con esso. Proprio in questa eredità
dobbiamo rintracciare un elemento positivo della grande proprietà
nobiliare; se infatti non va dimenticato che è stato il plusprodotto dei
mezzadri, più elevato di quello di altre economie agricole (17), a mettere
a disposizione dei signori i mezzi a tal fine necessari, oltre quelli
destinati ai loro ozi e lussi, va anche contemporaneamente rilevato che una
cospicua parte dei redditi padronali fu destinata alla produzione di beni
culturali che erano al tempo stesso una fonte di godimento e una forma di
tesaurizzazione. Si trattava di un comportamento per certi versi criticabile
e non inusuale nelle passate epoche storiche (18), ma in cui i nobili
chiantigiani profusero passione, impegno e gusto artistico e che ha
consentito la straordinaria accumulazione di beni oggi godibili dalla
collettività e come tali da considerare patrimonio comune (19). Per la
formazione dei beni culturali della campagna occorre inoltre tener conto
della partecipazione dei mezzadri alla loro produzione, non solo come
fornitori del plusprodotto necessario e della manodopera, ma anche come
autori autonomi: in primo luogo del disegno, sul grande foglio del terreno,
delle coltivazioni, dei terrazzamenti e delle sistemazioni, e inoltre per
l'architettura "fatta a mano" di gran parte delle case coloniche. Ci si può
domandare se il gusto artistico dei mezzadri chiantigiani (e possiamo
aggiungere toscani) è un aspetto della cultura contadina toscana o, di
contro, è il risultato di influenze esercitate dai signori. La nostra
opinione, senza addentrarci nel tema specifico di cosa sia la
"cultura" e da quali componenti tragga vita, è che sia vera l'una
cosa e l'altra: il mondo contadino era infatti sì separato ed opposto a
quello dei signori e fra i due non vi erano canali di comunicazione
intellettuale, ma le ville, i palazzi e i giardini erano sempre di fronte ai
loro occhi e le loro forme erano accessibili e congeniali anche ai contadini
che, del resto, erano spesso impiegati nella costruzione delle opere (20).
Che comunque, oltre a questa "contaminazione", si esplicasse una
cultura contadina autonoma, originata dalle specifiche condizioni di vita e
di lavoro, ce ne dà particolarmente atto il paesaggio agrario, unicamente
attribuibile ai mezzadri. Molti
temi si potrebbero aprire su queste risultanze visive ed artistiche della
mezzadria, giacché non possono essere pure apparenze vuote di valori
intrinseci. "Dove non c'è bellezza non c'è virtù", dice uno dei
personaggi contadini di Marcello; noi utilizziamo la frase al suo positivo e
diciamo che nella bellezza del Chianti, e della Toscana mezzadrile in
genere, molte virtù furono profuse, compito non ancora esaurito il
ricercarle. È
proprio nel paesaggio, dove ville e fattorie si fondono con le case
coloniche e tutto si armonizza con i campi, i boschi e l'intero ambiente
naturale, che noi individuiamo il filo conduttore capace, ancora oggi, di
dare omogeneità a quei molteplici usi del Chianti cui abbiamo accennato; un
paesaggio umanizzato che ha il volto contadino e quello nobile. In sintesi
diremmo il volto della storia, con la speranza che quella più recente sia,
come e più di quella passata, rispettosa dell'ambiente e della
conservazione delle risorse naturali (21). Note: 1 Ne segnaliamo qui alcuni, ma la
bibliografia in proposito è particolarmente vasta: A CASABIANCA, Guida
storica del Chianti, Roma, 1975, e Notizie storiche sui principali luoghi
del Chianti, Roma, 1976; R. FRANCOVICH, I castelli del contado fiorentino
nei secoli XII e XIII, Firenze, 1973; R. FLOWER, Chianti, Storia e cultura,
Firenze, 1981; I. MORETTI/R. STOPANI, Chiese romaniche nel Chianti, Firenze,
1966, e I castelli dell' antica Lega del Chianti, Firenze, 1972; e il sempre
utilissimo E. REPETTi, Dizionario geografico-fisico-storico della Toscana,
Firenze,1833-1845. 2 A questi proprietari vanno aggiunte
le Abbazie, che non rientravano nello specifico della nostra indagine.
Interessante in proposito E. CONTI, La formazione della struttura agraria
moderna nel contado fiorentino, Roma, 1965, per l'ampia documentazione
raccolta sull' Abbazia di Passignano. 3 Per le zone del Chianti si vedano in
particolare A. CASABIANCA, op. cit., e gli altri testi segnalati nella nota
1. 4 L. BOSI, Le ville del Chianti,
Pistoia, s.d. 5 Si vedano in proposito le
considerazioni di E. SERENI, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari,
1974. 6 Oltre alle
notizie reperibili nelle numerose guide del Chianti, si veda in particolare
R. FLOWER, op. cit. . 7 e 8 Le frasi sono state espressione
diretta dell' ingegner Ginori e ci sono parse particolarmente significative
e concrete in ogni vocabolo usato. 9 Si veda la testimonianza diretta
riportata con efficacia da Nicchia FURIAN RAFFO in Diario nel Chianti,
Firenze, 1976. 10 Ed è nobiltà decaduta questa, con
tutte le implicazioni mitiche che il termine evoca; la nobiltà è nei
tratti, nella casa, nella cultura e nel piccolo tocco di trasandatezza per
le cose di pregio sparse ovunque e pure ognuna pezzo di grande antiquariato;
la decadenza è nel vivere tutto ciò senza avere più potere per cui gli
atti qualsiasi che ognuno di noi deve compiere nella sua anonimità
quotidiana diventano quasi motivo di stupore svolti dentro una cornice di
ori e stucchi. 11 In Ricasoli e il suo tempo, Atti del
Convegno di Studi Ricasoliani, Firenze, 26-28 settembre 1980, pag. 398. 12 L'interesse del Marchese Antinori è
ben testimoniato anche dalla raccolta di sue brevi memorie di cui ci ha
fatto gentile omaggio. 13 La colorita espressione usata dal
Commendator Ciampi, oltre che tradire il suo disappunto, ci sembra anche
tradire la sua, pur sofferta, origine toscana. 14 Il grande interesse degli stranieri
nei confronti del Chianti è ben attestato e documentato dal recente testo
di R. FLOWER, op. cit. 15 Cfr. S. ROMANO, Le classi sociali in
Italia dal Medioevo all'età contemporanea, Torino, 1977. 16 Lo storico S. ANSELMI ha
recentemente evidenziato, per quanto riguarda l'integrazione fra le
strutture produttive e l'ambiente, che il podere mezzadrile era un
"ecosistema" (Città e campagna: conflitti e controllo sociale, in
ISTIUTO ALCIDE CERVI, "Ribellismo, protesta sociale, resistenza
nell'Italia mezzadrile fra XVIII e XX secolo", Annali, n. 2/1980, pagg.
44-45). Oggi purtroppo, nonostante la disponibilità di nuovi mezzi,
l'agricoltura collinare non riesce ad evitare il degrado e la non
integrazione con l'ambiente naturale. Per questi nuovi problemi ricordiamo
R. CIANFERONI (a cura di), La collina toscana, Roma, 1984. 17 Per Plusprodotto agricolo si intende
la quantità di produzione eccedente la soddisfazione dei bisogni alimentari
al livello minimo di sussistenza. Nella mezzadria, già prima della
rivoluzione agricola, il contadino rilasciava al proprietario il 50% della
produzione il che, grosso modo, detratte le anticipazioni, i prestiti, ecc.,
può far ipotizzare un plusprodotto aggirantesi intorno al 40-50% . 18 Alla scarsa propensione dei nobili
toscani agli investimenti di tipo industriale e alla stessa natura della
mezzadria è fatto risalire il ritardo della Toscana nell'avvio dello
sviluppo industriale. Si vedano G. MORI, L 'industrializzazione in Italia
(1861-1900), Bologna, 1977, e R. ZANGHERI in JONES/WOOLF, Agricoltura e
sviluppo economico, Torino, 1973. 19 Non foss'altro che per questa
ragione, la propensione dei nobili toscani ad accumulare beni culturali
meriterebbe di essere meglio studiata dal punto di vista economico e
sociale. 20 Questa situazione fisica reale può
in parte spiegare la presenza di illustri personaggi di origine contadina
nelle arti figurative in Toscana mentre ve ne è una totale assenza nel
campo della letteratura. Senza scomodare la fanciullezza di Giotto (peraltro
avvolta nella leggenda) o quella di Leonardo da Vinci (di madre contadina ma
allevato in casa del padre notaio), basterà qui ricordare due artisti
chiantigiani: Domenico Beccafumi e Domenico Cresti da Passignano. 21 Ricordiamo la definizione che dà
del paesaggio agrario il SERENI (op. cit.). Egli indica il paesaggio agrario
come quella forma che l'uomo, nel corso e ai fini delle sue attività
produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio
naturale. Vorremmo, in questa definizione, sottolineare il termine
"coscientemente", aggiungendo che tale coscienza non può oggi
esimersi dall'essere rivolta a fini collettivi e di equilibrio futuri,
anziché a profitti individuali immediati.
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